ADDIO BARESI

Da Piscinin a Kaiser Franz: quei momenti che segnano una vita e una carriera

Franco Baresi ha attraversato decenni, è stato allenato da leggende e ha giocato con i più grandi. O meglio, i più grandi hanno giocato con lui

di Andrea Cocchi

- Domenica 23 aprile 1978, Verona, pomeriggio
E' la terzultima di un campionato che vede il Milan, di nuovo allenato da Nils Liedholm dopo 11 anni, in corsa per un posto in Coppa Uefa. Il Barone, che ha l'occhio lungo, decide di schierare nel ruolo di libero quel ragazzo nemmeno diciottenne che lo ha tanto impressionato in allenamento. I rossoneri vincono 2-1 e Franco Baresi, nel giorno del suo debutto in Serie A, fa un figurone. Negli spogliatoi tutti gli fanno i complimenti, da Rivera in giù. Poi passa Nereo Rocco, diventato direttore tecnico, che gli dice: "Ciò, te g'ha zogà anca ti?". Un modo, tipico del Paron, per non far montare la testa al ragazzino. Che però non se l'è mai montata in vita sua, anche se avrebbe avuto tutte le ragioni per farlo.

- Inizi ottobre 1981
Baresi, da quel giorno del '78 ne ha fatta di strada. E' diventato titolare scalzando Turone, ha vinto lo scudetto della Stella l'anno dopo, è stato convocato per l'Europeo del 1980, giocato in casa dall'Italia, senza mai però debuttare in azzurro. Ha dovuto anche affrontare una stagione in Serie B per colpe non sue, ma di chi scommetteva illegalmente tra i tesserati rossoneri. Bearzot, però, non lo ha mai perso di vista. La stagione 1981-82 sembra quella della consacrazione definitiva. Invece inizia in modo terribile, prosegue malissimo ma finisce con un trionfo, anche se assaporato a freddo. Baresi gioca le prime quattro partite della stagione fino a Milan-Juventus 0-1 del 4 ottobre 1981, poi si ferma fino al 31 gennaio 1982, Fiorentina-Milan 1-0. Racconterà poi: "Era un’infezione al sangue, una volta individuato lo stafilococco, trovarono l’antibiotico giusto. Ma la ricerca non fu breve. Da giovane pensi di guarire il giorno dopo, ma passare dal campo alla sedia a rotelle fu un momento delicato. Non riuscivo quasi a camminare per i dolori e mi facevo delle domande”. Il Milan prova a sostituirlo con Venturi e Minoia, la squadra non gira e, nonostante il suo ritorno, finisce in Serie B. Questa volta sul campo. Bearzot però sa che se vuole avere un'alternativa più che valida nel ruolo di libero al titolare Scirea, può contare solo su di lui. Lo porta in Spagna e, anche se solo come spettatore, farà parte del gruppo dell’Italia campione del mondo 1982.

- Sabato 4 dicembre 1982, Firenze, pomeriggio
Italia-Romania finisce 0-0 ed è il secondo pareggio casalingo consecutivo dell'Italia campione del mondo che punta a qualificarsi all'Europeo del 1984. La strada però è già in salita. Senza Scirea, Bearzot decide di schierare Baresi nel ruolo di libero. Arriva così il debutto in azzurro. Franz farà il suo ma nessuno dei suoi compagni la butta dentro. Il giorno dopo, come se nulla fosse, gioca titolare a Como una partita di B con il Milan. Negli anni successivi, pur di non rinunciare a lui e non volendo prepensionare Scirea, il c.t. proverà a fargli fare il mediano, senza troppa convinzione. La titolarità definitiva arriverà dopo l'addio all'azzurro del libero juventino e l'arrivo di Azeglio Vicini come c.t. nel 1986.

Milanello, estate 1987
Il Milan si è rifatto il trucco, è arrivato Silvio Berlusconi e, proprio quell'anno, due grandi stranieri come Gullit e Van Basten. La novità più grossa, però, è in panchina. Il presidente è rimasto colpito da un allenatore semi sconosciuto che ha guidato il Parma in Serie B, Arrigo Sacchi, teorico di una zona estrema, molto più sofisticata della versione soft di Liedholm, condita da un'aggressività esagerata, movimenti collettivi memorizzati e un fuorigioco costante. Baresi deve vedere molte videocassette del posizionamento di Signorini, difensore centrale del Parma di Sacchi, per imparare i movimenti corretti. Per qualcuno un reato di lesa maestà, per chi ragiona senza pregiudizi, invece, un modo efficace per interiorizzare un nuovo modo di difendere. Ci saranno non poche difficoltà all'inizio, poi la squadra inizia a seguirlo e gli spostamenti in avanti di Baresi, con il braccio alzato per chiamare il fuorigioco, diventeranno immagini iconiche. 

- Mercoledì 24 maggio 1989, Barcellona, esterno notte
Due stagioni in Serie B, una malattia che ti blocca e che non sai come affrontare, un allenatore che insiste e insiste su certi concetti fino alla noia. Poi, alla fine di tutto, si raccolgono i frutti come nelle favole. Il Milan vince lo scudetto 9 anni dopo quello della Stella grazie alla follia di un allenatore visionario, alla potenza e la classe di Gullit, alle poche presenze di un Van Basten già segnato dagli infortuni e da una difesa guidata da quel numero 6 che si sgancia spesso e volentieri a creare superiorità numerica davanti. L'apoteosi arriva l'anno dopo. In Coppa dei Campioni il Milan domina al Bernabeu e poi stronca il Real con un 5-0 da leggenda. In finale arrivano al Camp Nou di Barcellona circa 90.000 tifosi rossoneri per assistere al 4-0 alla Steaua Bucarest. Quando Baresi alza al cielo catalano quella Coppa, beh, il suo sorriso sembra racchiudere in un solo istante la gioia infinita di una rivincita sul destino. 

- Milanello estate 1991
Quattro anni all'insegna dell'intensità sono troppi. Sacchi non riesce più mentalmente a guidare il gruppo e il gruppo fa una grande fatica a insistere su certi concetti e allenamenti. La soluzione migliore è il divorzio, per entrambe le parti. Berlusconi si è creato il sostituto in casa. Fabio Capello è sempre rimasto nel gruppo facendo esperienze dirigenziali e manageriali durante la gestione Sacchi. Per non stravolgere nulla il presidente decide di affidare la panchina a lui. Nei primi allenamenti vuole cambiare la struttura della squadra: 3-5-2, più libertà agli interpreti e un gioco meno aggressivo. Baresi prende la parola e dice più o meno: "Continuiamo con il 4-4-2 ma con un pressing e un fuorigioco più limitati, allenamenti non così ossessivi come prima e poche codifiche offensive, visto che ormai gli avversari ci conoscono". Risultato? Quattro scudetti, di cui tre di fila, una Supercoppa Europea, tre Italiane e una Champions League. In tanti si sono chiesti perché non abbia scelto la carriera da allenatore.

- 18 maggio 1994, Atene, tardo pomeriggio
Da un racconto di Paolo Maldini: "Il giorno della finale di Coppa dei Campioni vinta ad Atene contro il Barcellona, Franco era indisponibile. Ricordo che dentro il pullman per arrivare allo stadio chiamò me, Donadoni, Galli e Tassotti. Ci fece riunire vicino a lui e disse: ‘ragazzi voi siete il fulcro di questa squadra. Oggi i giornali ci danno per spacciati, ma non è così. Ascoltatemi, loro giocano con un 4-4-2, dietro sono battibili, se giochiamo sugli esterni. Roberto (Donadoni) tu sei quello che può spaccare la partita, come ti senti?’ 'Bene’ disse Roberto'. ‘Ok, per quanto riguarda quei due rompipalle lì davanti (Stoichkov e Romario) ricordate che fanno molto movimento, ma cercate di ingabbiare il brasiliano perché è lui che crea maggiori problemi. Giocate molto alti in difesa, perché il bulgaro è lento. Appena ha la palla Romario, tu Filippo (Galli) lo chiudi, e Maldini fa alzare la squadra. Io risposi: 'Capitano, non è meglio che lo faccia Tassotti?' 'No' rispose: Mauro aiuta Galli a chiudere su Romario. Vedrete che facendo così la Coppa è nostra'. Io rimasi meravigliato perché avevo sempre seguito lui, e ora tutte le responsabilità ricadevano su di me. Tutta la squadra sentì le sue parole, così come Capello. Il mister a fine discorso si girò e con un sorrisetto disse: 'ragazzi ha già detto tutto il capitano. Andiamo ad alzare questa coppa'. Questo era Franco Baresi. Un capitano vero". La domanda della fine del paragrafo precedente è ancora più pressante dopo questo aneddoto.

- Domenica 17 luglio 1994, Pasadena (California), primo pomeriggio
Caldo atroce, umidità devastante. La Fifa ha scelto per la finale mondiale la location peggiore e l'orario più infame: mezzogiorno nel fuoco dei sobborghi di Los Angeles. Al Rose Bowl si affrontano l'Italia di Sacchi e il Brasile. Baresi rientra 25 giorni dopo essersi rotto il menisco nella battaglia contro la Norvegia, nella fase a gironi. Il c.t. lo aspetta e lui gli dice che è pronto. Chiunque abbia negli occhi e nel cuore quella partita ha anche ben chiaro il fatto che Franz non è solo pronto. E' di gran lunga il migliore in campo. Comanda la difesa, la fa salire quando è il caso, aggredisce e ruba palla a Romario e Bebeto e poi si lancia in sgroppate palla al piede che riducono a un fotogramma sfocato il ricordo di Beckenbauer. Il clima però limita qualunque possibilità e, dopo tempi regolamentari e supplementari senza gol, si deve decidere una finale mondiale ai rigori. Per la prima volta nella storia. Baresi si assume subito la responsabilità più difficile. Prende in mano il pallone, lo mette sul dischetto e lo calcia alto. Dopo di lui sbaglieranno Massaro e Baggio. Il Brasile è campione del mondo. Il migliore in campo, a 34 anni e reduce da un infortunio di pochi giorni prima, si abbandona sulla spalla di Sacchi e piange tutte le lacrime di rabbia e di delusione per come è finita. Chiunque, vedendo quelle immagini, non abbia sentito dentro di sé un fremito di empatia infinita, forse non è umano. 

- Da qualche parte, in un'altra dimensione senza tempo né spazio
E' tutto così luminoso che vengono i brividi. O forse è solo per quel senso di felicità che vibra nell'aria insieme a un amore mai provato nella vita. Il Paron e il Vecio (che però sembra avere 30 anni come tutti in questo posto) lo chiamano subito: "Oh, finalmente... Guarda che devi scendere in campo adesso. Abbiamo messo in piedi uno squadrone. Pensa che a centrocampo c'è Valentino e davanti il tridente Gianluca-Pablito-Gigi. Però di là sono fortissimi. Rinus schiera Johan e Diego alle spalle di Edson. Mi raccomando, giochi centrale con Gaetano". Lui è rimasto uguale, anche se sembrano tutti della stessa età. D'altra parte è già qui da quando aveva 36 anni. Gaetano gli si avvicina e gli consegna la maglia numero 6: "E' tutta tua, te la sei proprio meritata. Guarda che però alla prossima la rivoglio". Franco la indossa e mentre stanno per dare il calcio d'inizio pensa che ne valesse proprio la pena, che tutto aveva senso dall'inizio. Ma è solo un secondo. Al primo lancio alza la mano e l'angelo guardalinee alza istantaneamente la bandierina. Li ha fregati anche questa volta. Il fuorigioco non c'era. Ma tanto, anche se avessero segnato, in Paradiso mica c'è il Var.