
Caro Franco, non se ne farà un altro. Nella tua eredità, lacrime da Pasadena
E' stato tutto, il miglior difensore che si sia mai visto. Unico, indimenticabile, semplicemente leggendario

Ho aspettato il tempo giusto e non l’ho trovato anche se di questo giorno, da lacrime di Pasadena, purtroppo si sapeva da un po’. Ho aspettato le parole giuste, ma non ci sono. Ho scritto, scritto ancora, riscritto. Ma per quelli come me, come noi, una cinquantina d’anni da milanisti, questo era un giorno impensabile, una pioggia a Ferragosto, qualcosa che può accadere ma non sarà. Non è, non è possibile.
Non se ne farà un altro, è stato il primo pensiero, esattamente come il titolo che il Manifesto dedicò a papa Wojtyla nel giorno della sua morte. E il paragone, per quanto distonico, non è poi così sacrilego. Franco Baresi è stato tutto. E non solo perché, ha raccontato lui, si è messo 50 anni di Milan dietro e sulle spalle. Franco Baresi è stato tutto perché in vita mia io non ho mai visto un difensore come lui. Spigoloso come l’angolo di un letto contro cui sbatti nel buio della notte, veloce, intelligente, applicato, umile e arrogante, silenzioso ma autoritario, duro nei contrasti ma leale, efficace ma elegante, dieci anni davanti a tutti nelle letture preventive, forte di testa nonostante il metro e 76 di altezza, tecnico come un centrocampista nonostante il ruolo da difensore. Bello da vedere con il suo fisico da impiegato in un calcio che già cominciava a mostrare muscoli da palestra. Parole poche. Fuori posto, quasi nessuna. Eppure, raccontano i suoi compagni di allora, a volte bastava un suo sguardo per capire tutto. Per fermarsi lì, non andare oltre, oppure cambiare rotta perché qualcosa, evidentemente, non andava come avrebbe dovuto andare.
Lo stile Milan, dentro Milanello, era lui. E sgarrare, con Franco Baresi a guardarti, non era nemmeno una possibilità. Lo rispettavano tutti, naturalmente. Da Romario, annichilito nella finale Mondiale contro il Brasile e quasi isterico a fine primo tempo dopo una serie infinita di anticipi subiti da uno che, parole sue, “non doveva essere morto?", a Maradona, avversario negli anni d’oro di Sacchi e suo grande estimatore. Fino ai suoi compagni, che ascoltavano le sue parole come un Vangelo.
Per i tifosi era il capitano, per molti altri è stato il Kaiser, come Beckenbauer, per Bearzot era il prolungamento naturale di Gaetano Scirea, altro leader silenzioso, per Arrigo Sacchi è stato il centro di gravità della sua rivoluzione, per me, personalmente, è stato un’apparizione, perché di tanto in tanto appariva, a chiudere un varco, e mi sono chiesto centinaia di volte come fosse possibile che arrivasse anche lì, anche quella volta, una volta ancora.
E allora rigurgito ricordi, sfoglio fotografie, sfilo trionfi. E c’è Franco Baresi a Como, a petto nudo, con un tricolore sulle spalle e la bandiera con lo scudetto. Oppure il suo sorriso pieno, di denti e di occhi, nella notte magica della prima Coppa dei Campioni a Barcellona. E ancora Tokyo, la realizzazione del progetto berlusconiano e un’Intercontinentale da mostrare sulla scaletta dell’aereo, la notte atroce di Marsiglia, le lacrime senza fine di Pasadena.
Un lungo film, incancellabile e indimenticabile, un filo lungo dalla prima stella alle stelle dei trionfi e a quelle con lui in campo, moltissime, partecipi e devote. Da Maldini a Van Basten, da Donadoni e Gullit a Rijkaard, l'espressione più alta di un calcio che, dietro al braccio alzato di Baresi, sovvertiva un secolo di pallone all"italiana, difesa e contropiede. Bastava un cenno e la squadra si alzava di venti metri spostando in avanti il baricentro insieme al pendolo del destino del suo Milan.
E proprio di destino parliamo anche oggi: sessantasei anni, sessantasei anni sono nulla anche per chi, come lui, tra dolori profondi e gioie incontenibili, potrebbe dire di aver vissuto davvero tutto. Sessantasei anni sono un'ingiustizia, un conto troppo salato per un boccone che non va giù. Caro Franco, caro capitano, non hai nemmeno idea di quanto ci mancherai e di quale enorme eredità tu ci abbia lasciato. Anche dentro queste inevitabili "lacrime da Pasadena", pioggia che scivola giù da occhi pieni come vasi colmi fino all'orlo. E allora grazie Franco, e fai buon viaggio. E che tu possa trovare la pace, in fondo a questa vita, ovunque tu sia.