SERIE A

Inter, una vittoria dal valore doppio: Chivu va in fuga anche dai propri limiti

Più complicata del previsto la vittoria sul Lecce, ma questi tre punti possono essere fondamentali per esorcizzare il tabù degli scontri diretti sfruttando il vantaggio

di Enzo Palladini

L’Inter mette in scena il primo vero tentativo di fuga di questo campionato. Una fuga non solo dalle dirette rivali nella lotta scudetto, ma anche dai propri limiti. Il primo di questi è sicuramente quello di essere refrattaria agli scontri diretti, difetto evidenziato domenica sera anche contro il Napoli. Il secondo è sicuramente la mancanza di alternative in alcuni ruoli. Cristian Chivu però è sufficientemente saggio e ha capito questo: meglio continuare a raccogliere punti contro le squadre della seconda parte della classifica, in attesa di capire se prima o poi la squadra si sbloccherà anche contro le grandi.

La vittoria sul Lecce ha quindi un valore doppio, dovuto al precedente pareggio del Napoli contro il Parma ma anche al fossato che ha scavato tra la capolista e il resto del gruppo. Un vantaggio non decisivo ma per il momento rassicurante, in vista di un periodo molto ricco di impegni. E non è stata una vittoria scontata come sembrava alla vigilia, al 30% per i meriti del Lecce e al 70% per demeriti della squadra nerazzurra.

Non si è vista la solita Inter, affamata e aggressiva, verticale ed efficace. Insufficiente il ritmo, presuntuoso l’approccio alla partita. Un primo tempo con molti errori e pochi lampi, se si escludono le due iniziative di Bonny che hanno portato al tiro parato da Falcone e al rigore prima assegnato e poi revocato per l’intervento di Danilo Veiga. Molto più evidente l’occasione capitata al Lecce nel recupero grazie alla (consueta) distrazione difensiva collettiva che ha consentito a Sottil di tirare, libero e con Sommer lontano dai pali. Fuori, però. E va ricordato che i salentini sono arrivati a Milano con una formazione fortemente rimaneggiata per le assenze forzate.

Le scelte di Chivu sono state invece volute e non obbligate. Lasciando un attimo da parte quella – filosofica – di dare un giorno libero alla squadra in fase di avvicinamento alla partita, dal punto di vista tecnico ci sarebbero molti appunti da fare. Uno è ripetitivo quasi alla noia: la fascia destra è il punto debole di questa squadra. Nelle ultime uscite era stata occupata da un Luis Henrique terrorizzato dai fischi e sempre orientato sulla giocata più facile, stavolta è toccato a Diouf che ci ha messo buona volontà ma è pur sempre un mancino schierato a destra come è già capitato a Carlos Augusto. In mezzo al campo, la scelta di non prendere un vice Calhanoglu può essere motivo di discussione. Avere lì Zielinski non è la stessa storia, anche se Mkhytarian ha fatto il possibile per dargli una mano. Qualche riflessione merita anche l’assortimento della coppia d’attacco iniziale: Bonny e Thuram, tra i quattro attaccanti nerazzurri, sono forse i meno adatti a giocare insieme, avendo alcune caratteristiche abbastanza simili.

Altra annotazione tecnica: l’Inter normalmente trova un’arma letale nelle palle inattive, soprattutto i calci d’angolo. Ma lasciando fuori Dimarco per scelta nel momento in cui Calhanoglu è fuori per infortunio, anche la pericolosità dei corner diminuisce di parecchio, con tutto il rispetto per Barella, per Zielinski e per Mkhyrarian che hanno provveduto a tirarli. Ancora più evidente la lacuna nelle punizioni dirette.

Sono serviti 78 minuti per riuscire a sbloccare il risultato, dopo una lunga teoria di attacchi senza sbocco, di passaggi anche facili sbagliati, di pericoli corsi per supponenza o faciloneria. È stato necessario sfidare la sorte, con un tridente pesante formato da Lautatro, Pio Esposito e Thuram. È servita un’azione di cattiveria, in cui oltre al marcatore, Pio Esposito, è stato impegnato anche Lautaro. Non è stata la solita Inter, ma alla fine l’ha portata a casa. E questi tre punti hanno un valore tremendamente alto.