Sarà anche riduttivo, e lo è, riassumere Juve-Benfica, gara chiave di Champions, come la sfida tra Spalletti e Mourinho. Sì, forse è la classica semplificazione giornalistica. Anzi, la è. Ma come si fa a non pensare al confronto tra quei due in panchina? Due modi e due mondi diversi nel vivere la professione, sia nell'ormai modaiolo e trito confronto tra giochisti e risultatisti, sia nell'affrontare i mezzi di comunicazione, tra lunghe tirate condite da battute al vetriolo e chi deve intendere intenda, e attacchi da caterpillar, tipo il pugile che affronta la conferenza stampa come un preludio anche fisico del match.
In due cose sono uguali: o li si ama o li si odia. Di certo non cercano la simpatia a tutti i costi e, altra cosa in comune, hanno una considerazione piuttosto elevata di sé stessi. Anche la permalosità è su buoni livelli, ma uno la cova dentro e poi la fa uscire in modo più o meno soffuso a seconda dei momenti, mentre l'altro attacca sempre e comunque, a differenza di quanto fa sul campo.
Il loro rapporto, fatalmente, non poteva essere tranquillo. E' passato dallo scontro dialettico all'affetto sincero. Due primedonne che si strappano metaforicamente i capelli prima di accorgersi che, alla fine, sono sulla stessa barca e si vogliono bene. Spalletti lo ha raccontato nel suo libro: "José è il numero uno nel rapporto con i media. Un grandissimo allenatore. Uno che sa sempre come si fa. Ha quella capacità di farti arrivare in qualunque lingua quello che pensa. Mourinho è un plus per i giocatori che guida, ma anche per quelli che lo incontrano da avversario. Batterlo ha un sapore speciale perché significa battere un uomo che si avvia a diventare una leggenda, e forse lo è già. All'inizio ci siamo un po' beccati, lui all'Inter, io alla Roma, in lizza per tutto, coppe e campionato. Lui usa le parole come un boxeur, punta a farti male, a mandarti al tappeto. Ci riesce benissimo, tirò anche a me un paio di filastrocche delle sue, la più acida quella degli zero tituli. Però covava tra noi questa stima reciproca da sempre e oggi abbiamo un ottimo rapporto, io e Mou. Fu lui a chiamarmi Spallettone e ora lo fanno un po' tutti, perché Mourinho è con David Beckham il più grande influencer del calcio moderno. Detta le mode, i pensieri e le parole".
Quasi una dichiarazione d'amore, anche se poi bisognerà vedere come andrà sul campo, perché quando Mou torna a Torino è difficile che se ne stia tranquillo a prendersi i cori e le battute dei tifosi della Juve. Quella volta con lo United che ha alzato al cielo le tre dita a simboleggiare il triplete se la ricordano tutti. Ma forse con l'età si è un po' calmato. Ma forse anche no.