Può capitare che l’uomo più affidabile condanni la sua squadra. Non è una sentenza definitiva, ma il ritardo di 7 punti dall’Inter capolista comincia a diventare molto pesante. Un errore, quello di Maignan, che potrebbe avere scritto la storia di questo campionato. Proprio lui, che da sempre è considerato un leader di questa squadra, che si è guadagnato la fascia da capitano, che ha salvato moltissimi risultati e ha sposato la causa rossonera quando sembrava destinato a dire addio a questi colori alla fine della stagione.
Resta ancora la speranza, quella sì. Resta perché il Milan non perde mai (prima giornata a parte), ma se per un certo periodo soffriva di una pareggite fastidiosa (contro le squadre della seconda metà della classifica), prima del pari contro il Como vinceva praticamente sempre. E sa segnare in tutti i modi, sia con le azioni manovrate, sia con pochi tocchi e verticalizzazioni letali. Il gol di Lofrus-Cheek a Pisa dopo 27 tocchi consecutivi e quello di Leao contro il Como nato da un lancio lungo sono due esempi calzanti. A centrocampo finalmente Jashari ha dato segnali di sé, consentendo a Modric di giocare in maniera meno tattica e più creativa. Pulisic e Leao stanno tornando a un livello competitivo. Questi sono tutti aspetti positivi.
Ma il vero segnale importante per il Milan arriva da Bodo. L’Inter è tornata a essere una squadra vulnerabile, ha qualche problema da risolvere e tra poco c’è il derby. Nel tempo che ci separa da questa partita carichissima di significato agonistico oltre che tecnico, il Milan dovrà giocare due gare che sembrano fatte apposta per portare a casa altri 6 punti: domenica 22 contro il Parma a San Siro e domenica 1° marzo sul campo della Cremonese. Nello stesso lasso di tempo, l’Inter avrà due partite di campionato più o meno dello stesso spessore (trasferta a Lecce sabato 21 e sfida a San Siro contro il Genoa sabato 28), ma in più avrà anche il complicatissimo ritorno contro il Bodo Glimt martedì 24 e l’andata delle semifinali di Coppa Italia a Como martedì 3 marzo. Non sono ostacoli proibitivi, ma sono quattro partite anziché due. A questa altezza della stagione, tutti i particolari contano.
Questi sono gli ultimi due ganci a cui il Milan si deve aggrappare: la vulnerabilità dell’Inter e la possibilità di ridurre il distacco in un derby che per i nerazzurri è diventato tabù da parecchie edizioni. All’andata Allegri l’ha vinto “alla Allegri” e dietro quel ghigno che srotola durante le partite sta già pensando alla maniera migliore per centrare il bis. Non importa come, importa farlo. Perché quei tre punti in palio nel derby ne valgono sei. Valgono la possibilità di mettere sotto pressione l’Inter, possono valere la seconda stella. Al di là delle dichiarazioni di circostanza (“Puntiamo a entrare in Champions League”) che l’allenatore rossonero recita a soggetto dopo ogni partita, l’idea lo solletica parecchio. All’inizio del campionato nessuno gli dava pieno credito, la passata stagione sembrava portarsi dietro uno strascico fastidioso e difficile da eliminare. Allegri non si è fatto intimidire, ha detto quali erano i ruoli da coprire ed è stato in linea di massima accontentato, ha rimesso la chiesa al centro del villaggio e certi giocatori nel loro habitat naturale. Non si è spaventato dopo l’incredibile sconfitta all’esordio in campionato contro la Cremonese, ha promesso che non sarebbe più successo e infatti non è più successo.
Molto spesso la squadra con meno sconfitte nel campionato di Serie A è quella che taglia il traguardo per prima. Al momento la classifica dice Inter prima e Milan secondo a sette punti, ma con il derby possono diventare quattro. E se la classifica è fatta di numeri nudi e crudi, la percezione è un’altra cosa. E la percezione dice che il Milan va dritto verso l’obiettivo, è messo bene in campo ed è praticamente impossibile da battere anche quando il suo portiere commette un errore clamoroso. Per questo ci crede anche se non lo dice. E fa bene a crederci.