L'OPINIONE

Perché il Var a chiamata salverebbe il calcio

L'intervento del direttore di Sportmediaset, Alberto Brandi

di Alberto Brandi

© Getty Images

C’è una sola strada per arrivare a un calcio più giusto e, ci si augura, meno avvelenato. E da oggi c’è un club disposto a percorrerla fino in fondo. Il Napoli, dopo la telefonata (immaginiamo piuttosto accesa) di Aurelio De Laurentiis seguita ai torti subiti a Bergamo, ha deciso di lanciare una proposta concreta: l’introduzione del VAR a chiamata. Che si parli di uno o due interventi a partita, magari divisi tra primo e secondo tempo, noi siamo dalla parte del club azzurro.

I colleghi de Il Mattino lo definiscono "un sistema semplice che aiuta a evitare i soliti sospetti, le congiure pro o contro questo o quel club". Esattamente. Affidare all’allenatore la possibilità di richiedere la revisione alleggerisce la pressione sul direttore di gara: una quota di errore si sposta dalle spalle dell’arbitro a quelle del tecnico. Chi non usa il challenge in un momento decisivo in cui avrebbe potuto ribaltare la decisione si assume – anche lui – una bella fetta di responsabilità.

E non è una suggestione tutta italiana. L’ex arbitro inglese Graham Scott, sulle colonne del Telegraph, ha proposto un “manifesto radicale” per migliorare il VAR: due challenge a partita per l’allenatore, che perde il bonus se sbaglia la chiamata e lo conserva se ha ragione. Scott va oltre e suggerisce di trasmettere in diretta video e audio dalla sala VAR, abbandonando le anonime grafiche che abbiamo oggi.

Noi proviamo ad alzare ulteriormente l’asticella con un elemento in più.

Non ci convince l’attuale allargamento decisionale, sembra un’assemblea condominiale a Lissone con l’arbitro in collegamento remoto quando si analizza un episodio. Il potere decisionale dovrebbe tornare – come nel basket e nel volley – a chi sta in campo. L’arbitro (o la terna) va al monitor, guarda le immagini, riflette e decide. Senza troppi condizionamenti esterni. Perché alla fine, in tutte le cose, serve qualcuno che decida.

L’International Football Association Board (IFAB), custode delle regole del gioco, ha finora difeso l’impianto attuale. Ma il calcio ha già dimostrato di saper cambiare: ciò che fino a pochi anni fa sembrava impensabile, fermare il gioco per rivedere un’azione, oggi è prassi consolidata.

Lo strumento, chiamato tecnicamente FVS (Football Video Support), è già attivo in Italia in Serie C sotto la presidenza di Matteo Marani. Viene utilizzato per gol, rigori e fuorigioco. L’esperimento sta funzionando, ma va affinato: oggi si perdono troppi minuti tra richiesta e decisione, e resta sempre il sospetto che in panchina si usino tablet per vedere in (quasi) tempo reale l’episodio e decidere se chiamare o meno il check.

Tutti elementi che andrebbero resi più snelli e trasparenti per poterli portare senza scossoni nel grande calcio.

Il VAR a chiamata non è la medicina di tutti i mali, ma potrebbe rappresentare un’evoluzione coerente con lo spirito del gioco. La vera sfida non è tecnologica, è culturale: accettare che l’errore umano possa essere ridotto.

La domanda, quindi, non è più se il VAR funzioni o meno, ormai fa parte e deve fare parte del gioco. La domanda è se il calcio sia pronto a condividere una parte del controllo della “verità” con chi quella partita la vive dalla panchina.

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