TRAILRUNNING

Una tribù che corre: Limbara Trail, avventura sul confine

Insospettabili scorci alpini nel tratto più alto di un evento che promette bene per il futuro

di Stefano Gatti
© Sonia Siddi/scattoimperfetto.it

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Tra i passaggi più suggestivi della prima edizione del Limbara Trail c’è senza tema di smentita quello piuttosto breve (poche centinaia di metri in tutto) ma appunto molto caratteristico che corre a fianco dal torrente che scende dal Monte Limbara, il panoramico massiccio che dà il nome a questa nostra nuova avventura sulle montagne e lungo i sentieri della Sardegna. A me ricorda tanto certe scene di “Un tranquillo weekend di paura”, per via della vegetazione lussureggiante e dell’abbondanza d’acqua nel letto del torrente stesso. Non siamo però negli Appalachi del film dalle inquietanti atmosfere diretto nel lontano 1972 da John Boorman ma in uno degli angoli più scenografici della Sardegna interna: quella che ho imparato a scoprire da tre anni a questa parte, partendo da Villacidro e passando per Oliena, fino ad arrivare nel paese di Berchidda, campo base dell’evento organizzato dalla neonata Trail Tribe ASD

© Sonia Siddi/scattoimperfetto

All’origine del viaggio c’è l’invito ricevuto qualche mese prima da Francesco Piras, vero frontman dello staff, senza nulla togliere al resto… della tribù. Tanto appassionato di sport outdoor quanto concentrato sui primi passi della sua nuova “creatura” Francesco mi accoglie ad Olbia e nel breve trasferimento notturno in sua compagnia (e di Viviana) verso Berchidda, inizio ad entrare in clima-gara. Il maltempo che imperversa sulla Sardegna fin dai primi giorni dell’anno sembra finalmente concedere una tregua per il fine settimana ma - mi avvertono - la grande quantità d’acqua e di fango presente nel teatro d’operazioni di Limbara Trail sarà uno scomodo cliente per tutti: top runners e amatori. Un tranquillo weekend di paura, allora, per tornare all’inizio? Non esattamente! Di rispetto e di attenzione per la montagna invece. E più ancora di passione, amicizia e condivisione.

© Sonia Siddi/scattoimperfetto.it

La giornata di vigilia del primo episodio di Limbara Trail trascorre tra le procedure pre-gara, una ricognizione running sui primi tre o quattro chilometri del percorso (e sugli ultimi due) e qualche ora di relax all’Hotel Nuovo Limbara che mi ospita e che - particolare niente affatto secondario - si trova a poche decine di metri dalla soprastante Piazza del Popolo, cuore pulsante del paese, porta d’ingresso del suo centro storico, nonché sede di partenza e di arrivo delle tre distanze competitive dell’evento berchiddese. Come anche del Rally dei Nuraghi e del Vermentino, vale a dire uno degli appuntamenti più attesi da queste parti insieme a due manifestazioni culturali tra di loro agli antipodi (o quasi) dell’anno solare: il festival Time In Jazz diretto dal musicista Paolo Fresu (figlio illustre di Berchidda) e “Notte de Chelu”, la manifestazione che nel mese di dicembre trasforma la stessa Berchidda nel “paese dei presepi”.

© Efisio Pala/scattoimperfetto.it

Adesso però siamo a febbraio ed è tempo di entrare nel vivo di questa avventura a lungo attesa e preparata come si deve. Abbiamo “inevitabilmente” scelto i trentadue chilometri e i milleottocento metri di dislivello di Giogantinu Trail, la prova clou dell’evento. Con la sua collocazione nella parte finale dell’inverno, è la distanza giusta per allungare il passo in vista dei prossimi impegni trail e sky, che non sono solo quelli della prossima estate sulle Alpi. Alla fine di marzo mi aspetta infatti la prova marathon di XTERRA Villacidro Skyrace (di nuovo sull’isola) e non è proprio il caso di arrivarci con il fiato corto, visto che i sentieri del Linas li conosco già e so che non possono in alcun modo essere presi sottogamba. 

© Sonia Siddi/scattoimperfetto.it

La mezz’ora che precede il via è tutta strette di mano, abbracci e piacevoli conversazioni con amici e colleghi. In Sardegna mi sento a casa, anzi mi fanno sentire a casa. Siamo in pochi ad arrivare dal continente e tra loro c’è il bergamasco di The North Face Luca “Forza Tranquilla” (come l’ho chiamato io) Carrara, con il quale ci siamo finalmente conosciuti qualche mese fa ad Oliena e che tra poco più di tre ore chiuderà in perfetta solitudine la missione-vittoria, imitato in gara-donne dalla beniamina local Pina Deiana di Aspa Bastia/Team SCARPA. 

© Sonia Siddi/scattoimperfetto.it

Pronti via, ci lanciamo in un’ottantina lungo il primo chilometro e mezzo che - in direzione est e fondamentalmente tutto in discesa - ci permette di abbandonare prima le ultime case del paese e poi l’asfalto per attaccare la prima salita bella decisa, con qualche primo scorcio in mezzo alla vegetazione sulla prima fascia di rocce che al momento ci preclude la vista sulla lunghissima cresta del Limbara vero e proprio che fa in pratica da confine tra Gallura e Monteacuto/Logudoro. Non a caso c'è la radice latina limes (confine appunto) nella denominazione della montagna.  Solo il tempo di riprendere fiato ed ecco davanti a noi un breve ma intenso tratto vertical nel fitto di una pineta che - in piccolo - mi ricorda al tempo stesso la prima dura salita della Skyrace Valmalenco-Valposchiavo (sulle montagne di casa) e anche quello che - a Villacidro - dà in pratica il via alla risalita del Monte Margiani, ancora nella prima parte della Skyrace.

© Tore Orru Masia

Si traversa verso ovest lungo un sentiero panoramico, poi giù per mulattiera fino ad un primo incrocio con l’itinerario di rientro verso il traguardo, distante un solo chilometro: ripasserò di qui dopo quasi cinque ore di avventura. Si torna a salire puntando ora decisamente verso nord, guadagnando rapidamente quota. Incrocio Francesco Piras e mi viene la tentazione di restituirgli i bastoncini che mi ha prestato poco fa sulla linea di partenza ma non so ancora bene cosa mi aspetta, quindi scelgo di tenerli ripiegati nello zainetto. Non li sguainerò mai nel corso della giornata ma di sicuro non penalizzeranno la mia “performance”. Scavalchiamo dritto per dritto (discesona prima, risalita poi) la depressione che ci separa dal bivio per il Giardino delle Farfalle e ci lasciamo alle spalle questo tratto in comune con la via del ritorno.

© Efisio Pala/scattoimperfetto.it

Il paesaggio è ora decisamente più aperto, panoramico e profondo: la lunghissima cresta del Limbara si distende compiutamente davanti ai nostri occhi ma le antenne di Punta Balistreri (1359 metri, una delle sue sommità, la seconda dopo Punta Berritta che è di tre soli metri più alta) sono ancora lontane all’orizzonte. Si tira un po’ il fiato aggirando la montagna, fino a lasciare sulla sinistra l’Arboreto Mediterraneo del Limbara, per poi tornare a salire e quindi invertire la rotta e puntare più decisamente verso il tratto più alto, ai margini delle Foresta demaniale del Limbara Sud. Seguo lungamente l’amico Simone Donatiello, che ad un certo punto mi dà strada. Lo ringrazio per il “gancio” e passo oltre: davanti a me ci sono ora Pier Aldo e Martina Sau, padre e figlia. Li seguo da vicino ma decido che il loro passo mi va benissimo e la loro conversazione fa compagnia anche a me. Prima di avventurarci sulla parte sommitale del Limbara rimontando un bel canale tra le rocce seguiamo una traccia nella vegetazione che si infila tra due fasce rocciose parallele (particolare che noterò solo dall’alto, a cose fatte), viaggiando lungo un sentierino single-track fiancheggiato da rovi che non è in alcun modo possibile evitare. Ogni passo è una frustata tra ginocchio e caviglia ma dopo un po’ non ci fai quasi più caso. Per il futuro basterà ripulire anche solo un lato del sentiero, tanto qui si passa in modalità "single" appunto, uno dietro l'altro. E poi non siamo mica saliti fin qui per lamentarci - troppo - di quattro graffi. Come d’altra parte non ci curiamo dei continui guadi nell’acqua che invade i sentieri anche più del fango. Finisce anzi che il ripetuto pediluvio è una sorta di sollievo dalla fatica che inizia a farsi sentire. E d’altra parte le mie Brook Cascadia 19 si rivelano una volta di più all’altezza del compito.

© Sonia Siddi/scattoimperfetto.it

Sempre nella scia di Martina e Pier Aldo (con qualche breve scambio di posizioni) arrampichiamo nel già citato canalino che nel giro di pochi minuti ci permette di mettere piede su un bellissimo pianoro delimitato dalle rocce. Il colpo d’occhio è dal mio punto di vista fulminante. Se non fosse per le dolci elevazioni ricoperte di boschi alle mie spalle e - stavolta verso nord - per il panorama della Gallura (il cui territorio fa da "cappello" alla Sardegna), del mare delle Bocche di Bonifacio e delle vette imbiancate della lontana Corsica, potrei benissimo… sognare di trovarmi nella “mia” Valmalenco! Il miraggio “alpino” dura in effetti solo pochi minuti ma è di rara intensità: un’isola nell’isola. Me lo faccio bastare e me lo godo ancora il tempo di inerpicarmi su per un altro canalino (più breve e stretto di quello precedente) e poi - dopo avere oltrepassato antenne e costruzioni di una ex base NATO - abbandonare la parte sommitale della montagna, puntando alla sottostante chiesetta della Madonna della Neve.

© Google Maps

Fine delle difficoltà, o meglio delle salite? Neanche per idea, non ancora! Una nuova rampa ci separa da un lunghissimo (anzi interminabile) “stradone” in discesa che ad un certo punto costeggia il Laghetto Li Sciucchi e grossomodo disegna la parte più alta della testa della “medusa” formata dalla traccia-gara e dove faccio un po’ di tira e molla con Martina e Pier Aldo, ai quali si aggiunge la tostissima Paola Muzzu che mi piomba alle spalle… senza preavviso mentre sono intento a dissetarmi in uno degli ultimi punti di ristoro. È all’altezza di quello successivo che le mie certezze vacillano ulteriormente.

© Tore Orru Masia

Dopo avermi offerto un bicchierino di rosso (che cortesemente rifiuto) il volontario sul posto certifica che la discesona nel bosco prosegue oltre ma per noi è finita e che poco sotto - al di là di un guado attrezzato con corde - inizia l’ennesima rampa nel fitto della vegetazione. Mi faccio andare bene - a fatica - anche questa ennesima variazione altimetrica: l’ultima “bella” sostanziosa ma non l’ultima in assoluto. Nuovo guado, questo sì l'ultimo di una lunga serie: in pratica è una... vasca colma d'acqua e la fettuccia successiva penzola da un ramo al di là della vasca stessa. Quindi dentro, fino al ginocchio! Brevi strappetti punteggiano l’itinerario che porta fino al bivio del Giardino delle Farfalle e anche il chilometro successivo, già percorso in senso inverso ad inizio mattinata. Non restano che gli ultimi mille metri o (finalmente) giù di lì.

© Stefano Gatti

Il finale è una gimkana tra stradine, case, vicoli e scalinate, ormai in vista dell’approdo in Piazza del Popolo e del passaggio sotto il gonfiabile Scott e sulla linea del traguardo, appena prima del quale giro come da tradizione dietro la nuca la visiera del cappellino. Sono passate cinque ore, un minuto e una trentina di secondi dal segnale di partenza. Se avessi dato un'occhiata al mio cronografo un paio di chilometri fa avrei provato a scapicollarmi giù per rimanere dalla parte "giusta" del muro delle cinque ore di gara: troppo tardi ormai! Una freschissima birra offerta dagli amici di Villacidro è quello che ci vuole prima di scendere in hotel, salire in camera per una lunga doccia e di nuovo scendere le scale per un gustosissimo terzo tempo e le premiazioni. È proprio il caso di dirlo: i sogni non sono mai in piano, certi giorni neanche la realtà. È il suo bello, o almeno cerco di convincermene.

© Stefano Gatti