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Dalla Fulvia HF alla Stratos: Munari, classe e talento che hanno segnato un'epoca

Il grande campione veneto ha segnato il passaggio tra rallysmo romantico e professionismo

di Stefano Gatti
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Un mese prima del traguardo degli ottantasei anni si è conclusa la lunga corsa di Sandro Munari, il Drago di Cavarzere. È un lutto che colpisce nel profondo e che come pochi altri rimanda ad un'epoca romantica e indimenticabile nella storia del motorsport, come accade sempre quando a lasciarci è un campione che ha fatto scuola e più ancora quando la sua identificazione pressoché completa con una macchina (anzi due) è stata stretta, praticamente simbiotica. Sandro Munari e la Lancia Fulvia Coupé HF, Sandro Munari e la ancor più mitica Lancia Stratos. Non si tratta solo di vittorie, di passaggi sulla rampa d'arrivo e di champagne spruzzato seduti sul tettuccio fianco a fianco con il proprio navigatore.  

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Certo, le tre vittorie consecutive (dal 1975 al 1977) nel Rallye di Montecarlo con la Stratos, per uno straordinario poker aperto dal successo con la piccola Fulvia nel 1972, colpiscono ancora oggi l’immaginario collettivo e profumano ancora oggi di leggenda. C'è però molto più di questo. C'è un ruolo guida di un intero movimento e - in particolare - quello di vero e proprio apripista di una generazione di campioni cresciuti seguendo le imprese del Drago prima ancora di mettersi loro stessi al volante: su tutti Massimo "Miki" Biasion (due volte campione del mondo) e lo sfortunato Attilio Bettega, loro pure uomini Lancia con la 037 e con la Delta nelle sue diverse versioni. Vincitore della Coppa FIA Piloti quarantanove anni fa (nel 1977), Munari non si fregiò mai del titolo iridato, assegnato a partire dal 1979, quando la sua parabola sportiva aveva iniziato a declinare. Suona strano, suona quasi ingiusto ma - a pensarci bene - è una circostanza che contribuisce ad arricchirne il ruolo di precursore, di antesignano di un intero movimento e - più ancora - di cerniera tra l'epoca romantica delle corse e quella del professionismo. Un compito per il quale ancora oggi occorre dirgli grazie e tramandarne la memoria.