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L'arte dei cartelli stradali italiani negli anni '60

Prima delle regole globali, la segnaletica era fatta di donazioni private, pali arancioni e caratteri tipografici diventati iconici

di Tommaso Marcoli
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Per decenni, sulle strade d’Italia non esisteva un vero “codice visivo” condiviso. I segnali non erano il risultato di un progetto centralizzato ma di un’evoluzione spontanea, fatta di tentativi, soluzioni pratiche e imitazioni riuscite. Solo alla fine degli anni Sessanta arrivò una standardizzazione formale, che trasformò quel mosaico di stili e materiali in un sistema ordinato, efficiente e universale.
Quando i segnali nascevano dal territorio
Prima delle norme internazionali, la segnaletica italiana aveva tratti inconfondibili. I pannelli in ghisa dal fondo turchese erano progettati per risaltare nel paesaggio; a sorreggerli c’erano caratteristici pali di ferro arancione a forma di Y. Anche la tipografia aveva una sua personalità: il carattere Normale per i cartelli verticali e lo Stretto per le scritte orizzontali sull’asfalto.
I cartelli pagati dai cittadini
L’aspetto più sorprendente è che molti segnali non nacquero da un obbligo statale ma da iniziative private. Alla fine dell’Ottocento fu il Touring Club Italiano a promuovere la posa dei primi cartelli lungo le strade del Paese. Erano finanziati da cittadini e benefattori locali, e i loro nomi comparivano in basso sul segnale, come una firma. La viabilità era un gesto collettivo e visibile: non un’imposizione burocratica, ma una rete di responsabilità condivise. Prima che istituzionale, la strada era relazione.

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