Per decenni, sulle strade d’Italia non esisteva un vero “codice visivo” condiviso. I segnali non erano il risultato di un progetto centralizzato ma di un’evoluzione spontanea, fatta di tentativi, soluzioni pratiche e imitazioni riuscite. Solo alla fine degli anni Sessanta arrivò una standardizzazione formale, che trasformò quel mosaico di stili e materiali in un sistema ordinato, efficiente e universale.
Quando i segnali nascevano dal territorio
Prima delle norme internazionali, la segnaletica italiana aveva tratti inconfondibili. I pannelli in ghisa dal fondo turchese erano progettati per risaltare nel paesaggio; a sorreggerli c’erano caratteristici pali di ferro arancione a forma di Y. Anche la tipografia aveva una sua personalità: il carattere Normale per i cartelli verticali e lo Stretto per le scritte orizzontali sull’asfalto.
I cartelli pagati dai cittadini
L’aspetto più sorprendente è che molti segnali non nacquero da un obbligo statale ma da iniziative private. Alla fine dell’Ottocento fu il Touring Club Italiano a promuovere la posa dei primi cartelli lungo le strade del Paese. Erano finanziati da cittadini e benefattori locali, e i loro nomi comparivano in basso sul segnale, come una firma. La viabilità era un gesto collettivo e visibile: non un’imposizione burocratica, ma una rete di responsabilità condivise. Prima che istituzionale, la strada era relazione.
Storie
L'arte dei cartelli stradali italiani negli anni '60
Prima delle regole globali, la segnaletica era fatta di donazioni private, pali arancioni e caratteri tipografici diventati iconici
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