NAZIONALE

Tante spiegazioni, tante ricette poi si scopre che nemmeno il 30% dei titolari in Serie A è italiano

Nell'ultimo turno del nostro campionato più del 70% dei giocatori impiegati dal primo minuto era straniero

Nemmeno il 30% dei titolari dell'ultima giornata di Serie A era italiano. Dopo una settimana a piangersi addosso per l'eliminazione della Nazionale dal Mondiale, la terza di fila, ecco che la spiegazione è lì, a portata di mano. Quanta scelta ha un ct, chiunque esso sia? Non si gioca più per strada, i bambini li mandano subito nelle scuole calcio, non si cresce più negli oratori, ai giovani si insegna troppa tattica, ci sono generazioni di piccoli italiani che non hanno mai visto gli azzurri in una Coppa del mondo... Fiumi di parole che però nascondono la ragione più logica: la sentenza Bosman. Emessa dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea il 15 dicembre 1995, ha di fatto proibito alle leghe di porre un tetto al numero di stranieri. Restò in vigore solo il limite per i calciatori extracomunitari. La Serie A, tra i campionati big, è quello con più calciatori provenienti dall'estero, ma le percentuali degli altri non sono tanto distanti, anzi variano di pochissimo. Premier e Ligue 1 hanno in pratica gli stessi numeri nostri, la Bundesliga è poco sotto e solo la Liga ha i talenti locali in vantaggio (circa il 60%). 

La domanda sorge spontanea. La Spagna è una potenza del calcio mondiale ma anche Inghilterra, Francia e Germania vanno al Mondiale. Perché noi no? Forse perché da noi un giovane italiano, per venire messo in campo, deve approfittare di una vera e propria ecatombe di stranieri nel suo ruolo: vedi il caso Vergara nel Napoli. Mentre in Inghilterra capita che un ragazzino come Dowman, sedicenne dell'Arsenal, qualche ritaglio di partita riesca a farlo anche se nel suo ruolo ci sono esterni del livello di Saka e Madueke. Oppure i casi più eclatanti di Foden e Palmer due giocatori di talento che hanno trovato spazio in rose ricchissime di stranieri come quelle di City e Chelsea. Gli esempi non mancano e di certo non si può tornare indietro. Ma qualche regola che stabilisca un numero minimo di italiani in una squadra sarebbe un passo avanti. Perlomeno per non dover assistere a partite come Udinese-Como in cui, nei 22 iniziali, c'era soltanto un giocatore con la nostra nazionalità.