
Un anno senza Francesco: l'amore per il San Lorenzo e per lo sport di un Papa tifoso
Il 21 aprile di un anno fa ci lasciava il Pontefice argentino

In un mercoledì di una delle prime settimane del suo pontificato, Jorge Maria Bergoglio, che il 13 marzo 2013 era stato eletto Papa scegliendo il nome di Francesco, incontrando i fedeli o i curiosi in Piazza San Pietro, ha fatto inchiodare la Papamobile per andare ad abbracciare un signore che sventolava la maglia del San Lorenzo, la squadra argentina per cui tifava. "E' uno di noi" hanno pensato in tanti. Perlomeno chi ha il pallone tra i riferimenti della sua vita. Nel suo caso era più che altro un ricordo di gioventù quando, da bambino, ha scelto la squadra del quartiere di Boedo come quella del cuore. Difficile fare altrimenti in quell'epoca, la seconda metà degli anni quaranta, quando il San Lorenzo vinceva il titolo del '46 dando spettacolo, al vecchio "Gasometro", con il tridente Martino-Pontoni-Farro. Il futuro Papa era anche socio del club di Buenos Aires con la tessera numero 88235N-0.
Francesco se n'è andato un anno fa, il 21 aprile del 2025, lunedì dell'Angelo, il giorno dopo Pasqua. Quella domenica era riuscito a impartire la benedizione Urbi et Orbi, quella che porta con sé l'indulgenza plenaria per i fedeli presenti e per chi la riceve attraverso i media. L'ultimo atto di un pontificato che ha fatto discutere come pochi altri. Per qualcuno non era nemmeno un Papa eletto regolarmente, con i dubbi sulle reali motivazioni e le relative conseguenze legate alle norme del diritto canonico, della rinuncia di Benedetto XVI. Per chi conosce la teologia, le perplessità nascevano anche da certe dichiarazioni e, soprattutto, encicliche che sembravano voler toccare norme e scuotere dogmi millenari. Poi, però, certi sermoni riconducevano la sua figura a quella di un buon vecchio curato di campagna che ti ricorda la meraviglia dell'opera divina e l'infinita misericordia di Dio. Non poteva piacere a chi mette da parte il soprannaturale per ridurre tutto alla politica, senza dimenticare che Francesco aveva parole di condanna sia sull'aborto che sulla chiusura indiscriminata ai migranti, parlando di quella che chiamava "la cultura dello scarto", il modo cioè in cui il capitalismo selvaggio esclude gli ultimi. Le perplessità, però, nascevano anche da certe ospitate televisive in cui diceva frasi che compiacevano il pubblico ma che era francamente complesso far combaciare con il messaggio del Vangelo. Divisivo come pochi ma, che piaccia o meno, sempre un Papa. Per un cattolico funziona così, fino a prova contraria. Lo si vede bene anche con il suo successore, capace di svelare il bluff di chi si dice cristiano e poi promuove ciò che più di diabolico esista al mondo: la guerra.
La gente lo ha subito amato e forse è riuscito a riavvicinare qualcuno a quanto di più lontano ci sia dalla cultura che domina il mondo. Se così fosse ha fatto molto bene il suo lavoro. Le file che ci sono quotidianamente a Santa Maria Maggiore, dove è sepolto, dimostrano tutto l'affetto per il personaggio e magari, per molti, anche per quello che era chiamato a rappresentare.
Di certo lo ricordano umanamente i tifosi del San Lorenzo che, molto prosaicamente, lo vedono come il più importante "collega" della storia del club bonaerense. D'altra parte, chiunque sia stato in Argentina, sa benissimo che il calcio, e il tifo, sono una vera e propria religione laica.