Vicecampione del mondo con la Ferrari nel 1985, vincitore della 24 Ore di Le Mans del 1997: sono gli highlights della straordinaria carriera di Michele Alboreto scomparso il 25 aprile di venticinque anni fa durante una sessione di test con la sua Audi R8 sulla pista di collaudo del Lautsitzring, in Germania. Come sempre in questi casi, non bastano gli exploit sportivi a restituire per intero la figura di un campione e - nel caso del pilota milanese scomparso all'età di quarantaquattro anni - coppe e trofei sono più che mai semplici accessori che non riflettono appieno le qualità sportive e quelle umane di Michele.
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La necessaria cattiveria agonistica combinata alla classe innata, ad un'educazione di fondo e - si capisce - al talento per le corse, la guida al limite, il coraggio. Ormai oltre quarant'anni fa, Alboreto aprì una strada che - dopo di lui - si è di fatto richiusa - ed è per questo tanto più preziosa, anche se - ce lo auguriamo tutti - non inimitabile. Chiamato da Enzo Ferrari a guidare una Rossa nel Mondiale del 1984, violando un tabù di lunga data - Michele conquistò la sua prima vittoria per la Scuderia al Gran Premio del Belgio sulla pista di Zolder, ponendo le basi per la sfida-titolo messa in pista l'anno dopo nel confronto con Alain Prost e la McLaren.
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Secondo sigillo rosso al Gran Premio del Canada 1985 di Montreal, aprendo la doppietta completata dal compagno di squadra Stefan Johansson. La terza affermazione - in piena estate al Gran Premio di Germania al Nuerburgring - avrebbe però di fatto segnato il capolinea iridato: una lunga serie di problemi di affidabilità legati ad un cambio di fornitore delle turbine avrebbe compromesso da lì in avanti le chances del ferrarista.
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Le tre stagioni successive non avrebbero riservato ad Alboreto grandi soddisfazioni: nono nel 1986, settimo nel 198 7, quinto nel 1988, per poi fare spazio a Nigel Mansell e dare inizio ad una seconda parte di carriera nel Mondiale (quattordici stagioni in totale dal 1981 al 1994) ben più avara di soddisfazioni al volante di Larrousse, Arrows, Footwork, Scuderia Italia, Minardi (l'ultima) e - appena lasciata Maranello - di nuovo Tyrrell, vale a dire la squadra dei suoi esordi in Formula Uno nel 1981 (l'anno dopo la conquista del titolo europeo di Formula 3) e delle sue splendide vittorie sui circuiti cittadini di Las Vegas e Detroit, rispettivamente nel 1982 e nel 1983: quelle che lo avevano rivelato al mondo e... a Enzo Ferrari.
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Archiviata la Formula Uno, Alboreto avrebbe ridato slancio alla sua carriera ancora con le monoposto, prendendo tra l'altro parte alla 500 Miglia di Indianapolis di trent'anni fa con una Reynard-Ford del Team Scandia (rossa come la Ferrari!) ma soprattutto con le ruote coperte, con le quali aveva peraltro corso ad inizio carriera nel team ufficiale Lancia con la Beta Montecarlo Turbo. Dopo una breve esperienza nel 1995 con l'Alfa Romeo 155 nel DTM, Michele era passato ai prototipi Porsche prima e poi Audi nelle gare di durata. Dal Cavallino Rampante di Maranello a quello di Stoccarda, Alboreto avrebbe conquistato la vittoria nella 24 Ore di Le Mans del 1997 al volante della TWR-Porsche Joest Racing divisa con l'ex compagno di squadra (in Ferrari) Stefan Johansson e con il danese Tom Kristesen che sarebbe in seguito diventato il recordman assoluto di vittoria nella grande classica della Sarthe (nove vittorie).
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Passato insieme al team alla Casa dei Quattro Anelli (e poi alla squadra Audi Sport North America), Michele avrebbe collezionato diversi piazzamenti, conquistando la vittoria nella prestigiosa 12 Ore di Sebring del 2001 (in equipaggio con Rinaldo "Dindo" Capello e con il francese Laurent Aiello), solo una quarantina di giorni prima dell'incidente mortale del Lausitzring causato - lo stabilì l'inchiesta - da una foratura che rese la sua R8 ingovernabile.
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Oltre a quelli vissuti sulle piste del Mondiale di Formula Uno, chi scrive ha un ricordo particolare di Michele Alboreto, incontrato per caso (prima ancora di intraprendere la carriera di giornalista) una grigia mattina d'inverno a Milano: un saluto veloce e spontaneamente confidenziale ("Ciao Michele") pronunciato quasi sottovoce incrociandolo, per non disturbare la sua privacy, ricambiato con un sorriso tranquillo: lo stesso che Alboreto sapeva generosamente e pazientemente dispensare ai tifosi nel paddock dei Gran Premi ma poi anche sul podio dopo una vittoria e ai suoi meccanici dopo una gara andata così così. Ed è questo a renderci ancora così caro il suo ricordo.