Si andava a San Siro per vedere lui, più che per tifare Inter. Magari senza ammetterlo, però di tanti giocatori che hanno indossato quella maglia numero 10, il Becca è stato il più amato, il più coccolato. Il più interista. Un dettaglio che arrivasse da Brescia e che a un certo punto se ne sia andato. Per la gente che l’ha applaudito e adorato, Evaristo Beccalossi era soltanto il numero dieci dell’Inter, da non condividere, da non concedere nemmeno all’azzurro della Nazionale. In verità per lui era un cruccio, che lo portò a pronunciare la storica frase “Sono Evaristo, scusate se insisto”, ma per Enzo Bearzot non era inseribile nel Club Italia che ci regalò il Mondiale 1982. Nemmeno una chiamata.
Eppure, Beccalossi era un genio. Uno di quelli che scatenano la letteratura. Un visionario dell’assist, che snocciolava i cosiddetti “no look” molto prima di Ronaldinho, soprattutto quando il destinatario era Spillo Altobelli, fratello dai tempi di Brescia e amico di una vita, terminale perfetto per le giocate immaginifiche del Becca. Il nove e il dieci, una simbiosi perfetta. Arrivarono a Milano a un anno di distanza, prima il nove e poi il dieci. Giusto il tempo di collaudare l’intesa, di capire bene la nuova situazione. E poi fu scudetto.
Quello del 1979-80 venne fatto passare alla storia come lo scudetto dell’unità d’intenti, dello spirito di squadra. Tutto perché sulla panchina c’era Eugenio Bersellini, universalmente noto come “il sergente di ferro”. Ma quello fu lo scudetto di Beccalossi, senza se e senza ma. Un trionfo costruito a partire dal derby d’andata, che il Becca vinse da solo con una doppietta, riuscendo a segnare persino con il piede destro che a malapena utilizzava per camminare. E poi un diluvio di assist. Altobelli segnò 15 reti in quella stagione, molte delle quali propiziate direttamente o indirettamente dal suo amico Becca.
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A Bersellini andava bene così. La solidità di quella squadra – che rimase prima in classifica dalla prima all’ultima giornata – era garantita da una difesa impermeabile: Canuti, Mozzini, Bini, Beppe Baresi e all’occorrenza Oriali come esterno. In mezzo al campo la geometria di Mimmo Caso, la sapienza di Malik Marini, la potenza travolgente di Gondrand Pasinato. In attacco l’istinto goleador di Altobelli, la velocità d Carletto Muraro. Ma poi c’era lui, il Becca, capace di tutto, pronto a trasformare il niente in un gol decisivo, suo o di un compagno di squadra. Davanti a tutti, Bersellini non faceva preferenze. Le regole erano uguali per tutti. A tavola niente acqua, solo mezzo bicchiere di vino a testa. Lavoro atletico senza deroghe. Però ogni tanto per il Becca si poteva chiudere un occhio, una sigarettina fumata in un angolo, qualche casoncello in più nel piatto, un bicchiere intero di rosso anziché mezzo. Tanto poi ci pensava lui a sdebitarsi.
Giocava in un ruolo ormai sparito, più o meno come quello del libero. Ma lo ha anche fatto ad altissimo livello, forse uno dei più alti raggiunti da un giocatore italiano. Trequartista puro, con licenza di inventare e di non rincorrere l’avversario. Se mai farsi rincorrere. Se bisogna pensare alla sua posizione in campo paragonata a un talento di oggi, viene in mente Nico Paz. Solo che i talentino argentino corre per oltre dieci chilometri in novanta minuti, anche senza palla. Il Becca lasciava che senza palla corressero gli altri: “Poi datela a me che ci penso io”. Non erano smargiassate, andava proprio così. Con il suo amico pallone tra i piedi partiva e non si fermava, nemmeno davanti ai difensori di una volta che se non prendevano il pallone ti ribaltavano e se lo prendevano ti ribaltavano lo stesso. E se si andava a San Siro per vedere il Becca più che per tifare Inter, raramente si tornava a casa delusi.