INTERVISTA ESCLUSIVA

Jaissle: “Il Milan? Lo seguivo da molto vicino... ora sfido Inzaghi e CR7. Il mio Kessié è ancora da Serie A”

L’allenatore dell’Al Ahli, fresco di Champions asiatica: “Seguo il calcio italiano e in futuro potrei tornare in Europa. Risultatisti contro giochisti? Vado oltre”

di Paolo Borella
© ansa

© ansa

Capelli all'indietro impeccabili, anelli, bracciali e giacchetta blu in stile moderno-elegante e un modo di fare asciutto, dritto al punto. Non è la descrizione di un guru della finanza, ma di Matthias Jaissle, l’allenatore dell’Al Ahli che a 38 anni ha già conquistato due Champions asiatiche, l’ultima il 25 aprile scorso contro i giapponesi del Machida Zelvia.

In 40 minuti di intervista in videocall, a più di 5.000 km di distanza, basta appena qualche domanda per superare la diffidenza tedesca che ti aspetteresti. In realtà, Matthias ha voglia di aprirci le porte del suo mondo: la vita a Gedda, la Saudi Pro League, l’Arabia Saudita. Poi le sfide con Simone Inzaghi, l'ammirazione per Cristiano Ronaldo, l’apprezzamento per Retegui, il pupillo Kessié ancora al top.

Scenari e nomi impensabili fino a pochi anni fa per l’ex difensore cresciuto in un piccolo villaggio sulle colline di Stoccarda, costretto a lasciare il calcio a 26 anni per i troppi infortuni.

Jaissle si racconta in esclusiva a Sport Mediaset e tocca tanti temi interessanti: la scelta di lasciare l’Europa da giovane tecnico, il dibattito giochisti-risultatisti visto da fuori dall’Italia, la sua verità su Psg-Bayern e soprattutto su quelle voci che sei anni fa lo davano come serio candidato per la panchina del Milan.

Partiamo dai due trionfi nella AFC Champions League. Più difficile la prima o la seconda volta?

“Stavolta abbiamo avuto più ostacoli lungo il percorso, con una rosa ristretta e più infortuni rispetto al 2025, oltre a un paio di cartellini rossi pesanti, finale compresa. Così è stato ancora più bello alzare il trofeo. La fase finale a Gedda, davanti ai nostri tifosi, ci ha dato una spinta in più”.

In campionato terzi dietro l’Al Nassr di Cristiano Ronaldo e l’Al Hilal di Simone Inzaghi.

“È la nostra migliore stagione da quando sono qui, contro due competitors davvero forti. Il terzo posto confermerebbe i nostri passi in avanti dopo i trofei. Inzaghi ha cambiato qualcosa rispetto a Jorge Jesus, ma è ancora imbattuto e sta facendo bene. Ogni match con loro è intenso e combattuto”.

Si aspettava un CR7 ancora così decisivo? Molti lo diedero per finito dopo l’addio all’Europa.

“Merita tanto rispetto perché resta al top a 41 anni. Ha segnato un gol fantastico contro di noi, di pura qualità, e ha aiutato tanto lo sviluppo della Saudi Pro League. Il campionato è migliorato ogni anno, non solo per i giocatori importanti arrivati dall’Europa, ma anche per i passi in avanti dei calciatori sauditi. È una lega già competitiva”.

© Getty Images

Vi giocherete il terzo posto con l’Al Qadsiah dell’azzurro Mateo Retegui. Che impressione le ha fatto?

“Quando lessi del suo trasferimento in Arabia, mi sono detto: grande scelta da parte dei nostri rivali. Ero sicuro che avrebbe segnato tanti gol qui (19 in 31 gare prima dell’infortunio, ndr). Affrontarlo è sempre molto difficile, anche se la nostra difesa è riuscita a rendergli la vita complicata”.

Domanda scontata: perché un allenatore di 35 anni sceglie l’Arabia e non tenta la scalata in Europa?

“L’aspetto finanziario era davvero interessante, non lo nego, ma anche il progetto mi stuzzicava: squadra appena promossa dalla seconda serie, tifoseria importante e sapevo di poter incidere con la mia filosofia di gioco. Lavorare all’estero e vivere un’altra cultura mi ha migliorato come allenatore e come essere umano. Non è sembrata una scelta ovvia per tanti, ma per ora è un successo sotto ogni punto di vista”.

In Italia si discute tanto sulle filosofie degli allenatori, sullo scontro tra giochisti e risultatisti. È un dibattito che ha senso per lei?

“Come nella vita, anche nel calcio è sbagliato vedere le cose solo bianche o nere. Un allenatore deve avere tutti gli strumenti in tasca e utilizzarli nel momento giusto. Ci sono situazioni in cui devi difenderti col blocco basso, altre in cui devi adattarti in base a rosa, avversario e partita. Non c’è un modo giusto e uno sbagliato: l’importante è avere successo. Certo, anche divertire gli spettatori, ma alla fine loro sono contenti quando vincono i trofei. Indipendentemente da come ha giocato la squadra”.

Quindi qual è il calcio che vuole Jaissle?

“La mia filosofia è chiara e per ora sta funzionando, ma nel calcio bisogna sempre aggiornarsi e adattarsi ai nuovi trend. Voglio tenere il pallone e andare subito in verticale, ma questo non significa non difendere bene. Infatti sono un grande fan del clean sheet. Ci sono tante strade e un allenatore deve avere un piano A, ma anche B e C”.

In Italia si è parlato e discusso tanto anche di Psg-Bayern 5-4: spettacolo assoluto o difese da rivedere?

“Di certo, è stato uno dei match più interessanti degli ultimi anni: due squadre 'senza scudo' con duelli uomo contro uomo a tutto campo, sfruttando gli spazi. Calcio perfetto? Non lo so, restano dei punti di domanda, ma ci sono anche elementi fantastici. Gli spettatori vanno allo stadio per partite come queste e io mi sono divertito”.

Può andare a cena con un allenatore che la ispira. Chi sceglie?

“Direi Pep Guardiola, ma forse entrambi non avremmo tempo! Ne osservo tanti con ammirazione, non per copiarli, ma per prendere spunto sui dettagli. Penso a Kompany e Luis Enrique. Seguo anche la Serie A, mi incuriosisce ciò che fa il Como: lo abbiamo sfidato nella preseason ed è stato davvero interessante”.

© instagram

A proposito, un giocatore che allena o ha allenato che sarebbe adatto al calcio italiano?

“Difficile dirlo…posso dire un calciatore che si adatterebbe ad ogni contesto: Benjamin Sesko. L'ho allenato dall’Under 18 al Liefering, fino al Salisburgo. Ha un grande potenziale e lo sta già dimostrando al Manchester United. Ha tutto ciò che serve a un attaccante di alto livello”.

E un calciatore da tenere d'occhio del suo Al Ahli?

“Valentin Atangana. Centrocampista francese classe 2005 che è ancora molto sottovalutato, ma ha davanti a sé un futuro brillante”.

Lei allena ex Serie A come Demiral e Ibanez, campioni come Mendy e Mahrez, ma cosa ci dice di Kessié? Si farebbe trovare pronto se tornasse in Italia o in Europa?

“Certo, il presidente (lo scandisce in italiano e fa il gesto dell'esultanza con il saluto militare, ndr)! È un top player, ha fatto bene qui all’Al Ahli, ha una grandissima professionalità. Se tornasse in Europa potrebbe giocare ancora ad alto livello e in società importanti”.

© afp

Nel 2020, il Milan pensò al dirigente tedesco Ralf Rangnick, suo allenatore ai tempi dell’Hoffenheim e con cui mantiene un grande rapporto. Tra i possibili nomi per la panchina rossonera si fece anche il suo. Cosa c’era di vero?

“Come posso rispondere… diciamo che all’epoca guardavo molte più partite del Milan e osservavo molto attentamente i giocatori rossoneri!”, sorride senza smentire il tecnico tedesco. “Il Milan è un club fantastico e negli anni successivi fu davvero bello affrontarlo, in un’atmosfera incredibile come quella di San Siro. Prima di Milan-Salisburgo, i tifosi erano pazzeschi e cantavano ‘Pioli is on fire’. Dissi a Pioli che aveva un grande privilegio a potersi godere quella situazione in ogni partita. Fu impressionante”.

Le piacerebbe allenare in Serie A?

“Non ho mai un obiettivo o un sogno preciso riguardo alla squadra che vorrei allenare in seguito, non puoi pianificare nulla nel calcio. Ma ovviamente seguo molto la Serie A, guardo i big match e mi ispira vedere allenatori e squadre diverse. E c’è sempre una possibilità di tornare in Europa in futuro e allenare nei top 5 campionati”.