Dzeko a cuore aperto: "L'Italia è la mia seconda casa". E sulla partita di Zenica...

Il centravanti bosniaco ha ripercorso la propria carriera in una lettera per i bambini del proprio Paese

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L'infanzia -

Edin Dezko è l'uomo simbolo della Bosnia che questa sera a Toronto farà il proprio esordio al Mondiale contro il Canada. Il centravanti dello Schalke ha ripercorso la propria vita e la propria carriera in una lettera dedicata ai bambini bosniaci e pubblicata su "The Players Tribune". Tra i passaggi del testo anche il ricordo della serata di Zenica contro l'Italia, che ha portato i bosniaci ai Mondiali per la seconda volta dopo Brasile 2014.

Il primo messaggio è chiaro: "Nulla è impossibile". Poi Dzeko inizia a ripercorrere la propria infanzia, partendo dall'assedio di Sarajevo: "Avevo sei anni quando iniziò, ricordo il primo giorno in cui suonarono le sirene, mia madre mi afferrò e ci nascondemmo dietro la scarpiera. Per procuraci il cibo dovevamo lottare, per prendere l'acqua fare lunghe file con i secchi". La riflessione sulla guerra si conclude così: "Non aveva senso. Tutte quelle persone innocenti uccise, e per cosa? Per i soldi. Il potere. L'ego. Per niente.  Quando oggi nei telegiornali si parla di guerra, mi viene la nausea. Non voglio vederla da nessuna parte. Per qualche motivo, gli adulti non imparano mai".

Da sogno a realtà -

Quando l'assedio finisce, Dzeko ha 10 anni e non pensa di poter diventare un calciatore: "Non osavo nemmeno sognarlo, era tutto distrutto". Nel fine settimana, però, guarda le partite in televisione con il papà: "Allora la Serie A era il campionato migliore. Ero affascinato dall'Italia, mi sembrava un paese delle fiabe in un altro pianeta. Tutto quello che speravo era di giocare nella prima squadra del mio club, lo Željezničar". Poi però "il cigno di Sarajevo" inizia a farsi notare a suoni di gol e approda nel grande calcio europeo. Wolfsburg, Macnhester City, Roma: "Sono cresciuto con la guerra. All'improvviso, mi sono ritrovato a vivere una favola. Niente è impossibile. Nemmeno portare la Bosnia ai Mondiali".

Tra 2014 e 2026 -

 Parlando della prima qualificazione alla Coppa del Mondo, ricorda la partita decisiva in Lituania: "Quando l'arbitro fischiò la fine, un gruppo di tifosi iniziò a saltare oltre le recinzioni per correre in campo, uno andava più lentamente degli altri. Era mio padre. Ci siamo abbracciati e abbiamo pianto”. In Brasile la Bosnia viene eliminata ai giorni (sconfitte con Argentina e Nigeria, vittoria con l'Iran), ma Dzeko sottolinea altri aspetti: "Abbiamo giocato al Maracanà. Abbiamo mostrato al mondo chi siamo. E ora siamo tornati".

La partita di Zenica -

 "Quando abbiamo giocato contro l'Italia avevo paura di Donnarumma. È un gigante". Inizia così il ricordo della serata del 31 marzo scorso, che si proietta subito sui tiri di rigore: "Al primo gol ho sentito il boato dei tifosi e ho pensato che volevo solo ascoltare loro, senza guardare i rigori. Poi l’Italia ha sbagliato. Il rumore era assordante. Quando ne hanno sbagliato un altro, lo stadio era una bolgia. Io continuavo a pregare e pregare". Il rigore decisivo segnato dal 21enne Esmir Bajraktarević è riassunto così: "Gigio ha sfiorato il pallone con un dito. C'è stato un attimo di silenzio. È stato il millisecondo più lungo della mia vita.  E poi... Urla, razzi, fumo e fuochi d’artificio. La gente che saltava dappertutto. Ho guardato il cielo e poi ho urlato come non avevo mai fatto in vita mia. Eravamo tornati ai Mondiali." 

Il legame con l'Italia -

Nelle ultime righe dedica un messaggio speciale all'Italia, quell'Italia in cui tanto sognava di giocare da ragazzino: "Quella sera, il solo fatto di trovarmi a Zenica è stato incredibile. Più sto lontano dalla Bosnia, più la amo. Sono passati ormai vent’anni. Di cui nove in Italia. I miei figli sono nati a Roma. È ancora la mia seconda casa. Ma ogni volta che vado a trovare i miei genitori a Sarajevo, e mia madre cucina, e ci sono tutti, sono semplicemente felicissimo. Indossando questa maglia, il mio cuore batte in modo diverso. Gioco per la mia gente. Gioco per i ragazzi e le ragazze delle strade di Sarajevo. Gioco per tutte le diverse culture e religioni che rendono il nostro Paese così bello, anche se alcune persone stanno ancora cercando di dividerci. Non ci riusciranno mai".