Il debutto dell’Iran ai Mondiali del 2026 si è trasformato rapidamente in un groviglio di polemiche diplomatiche, tensioni politiche e disagi logistici senza precedenti. Dopo il pareggio per 2-2 all'esordio contro la Nuova Zelanda, la Federazione calcistica iraniana ha annunciato l'intenzione di presentare un reclamo ufficiale alla Fifa per denunciare le pesanti "restrizioni" imposte alla squadra, che secondo i portavoce avrebbero compromesso la serenità dei giocatori in vista del prossimo, delicatissimo match contro il Belgio a Los Angeles.
Il caso del ritiro a Tijuana -
Il cuore della protesta iraniana risiede in un piano logistico unico e contestatissimo: alla delegazione di Teheran è stato concesso l'ingresso negli Stati Uniti esclusivamente per disputare le partite, negando ai calciatori il diritto di pernottare sul suolo americano. La squadra è stata così costretta a stabilire il proprio quartier generale a Tijuana, in Messico, trasformando i campioni asiatici in veri e propri "pendolari del gol".
Il bilancio del primo viaggio verso il SoFi Stadium di Los Angeles è stato pesantissimo. Tra volo e rigidi controlli doganali all'immigrazione, la squadra ha affrontato un'odissea di 5 ore complessive prima del match, arrivando in campo visibilmente affaticata. Il dramma si è ripetuto subito dopo il triplice fischio: nonostante le richieste della Federazione di poter spendere almeno una notte a Los Angeles per recuperare le energie, e nonostante il personale intervento negli spogliatoi del presidente della Fifa Gianni Infantino, l'ordine delle autorità è stato tassativo: "Dovete ripartire immediatamente".
Lo sfogo del CT e di Taremi -
La frustrazione è esplosa nella conferenza stampa post-gara. Il ct Amir Ghalenoei e il capitano Mehdi Taremi hanno puntato il dito contro decisioni "prese sopra le loro teste": "Abbiamo passato così tanto tempo in aereo per gli spostamenti che non ci hanno nemmeno dato il tempo di riprenderci", ha tuonato Ghalenoei. "Ci è stato detto di tornare subito a Tijuana e questo ci preoccupa molto. Penso che la nostra squadra sia la più oppressa e repressa di tutto il Mondiale".
A complicare la situazione alla vigilia del torneo era già stato il rifiuto da parte degli Stati Uniti di rilasciare i visti d'ingresso a ben 11 membri della delegazione, tra cui diversi elementi chiave dello staff tecnico. Ora, in vista della sfida contro il Belgio del 21 giugno, la situazione rischia di peggiorare: l'Iran lamenta infatti l'autorizzazione ad arrivare a Los Angeles solo un giorno prima della partita, anziché i due previsti dai regolamenti standard.
Clima teso a Los Angeles: tra campo e proteste politiche -
Oltre ai trasporti, il debutto in California ha dovuto fare i conti con la complessa realtà geopolitica di Los Angeles, che ospita la più grande comunità iraniana al di fuori dei confini nazionali, formata in gran parte da esuli della rivoluzione islamica del 1979.
Fuori dallo stadio, centinaia di manifestanti hanno protestato contro la squadra, accusata di rappresentare il regime teocratico di Teheran e non il popolo persiano. All'interno dell'impianto, l'inno nazionale è stato sommerso dai fischi, mentre sugli spalti sventolavano le bandiere pre-rivoluzionarie con il leone dorato. Non sono mancate le scintille in campo, con forti polemiche nate attorno all'esultanza del giocatore iraniano Mohebi.
Nonostante l'ambiente polarizzato, i protagonisti hanno cercato di isolarsi: "C'erano molti iraniani qui, con diverse appartenenze politiche, ma tutti ci hanno incoraggiato e penso che questa sia una vittoria per tutti noi", ha minimizzato il ct a fine partita. Una linea condivisa da Taremi, che ha concluso: "L'atmosfera per tutti i 90 minuti è stata incredibile. Per noi è stato come giocare in casa". La palla passa ora alla Fifa, chiamata a gestire un caso che è ormai molto più di una semplice questione di calcio.
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