LA SCOMPARSA

Un bomber, eroe di due città, e un grande uomo: se ne va uno degli ultimi romantici del calcio

Entrato nel mito a Bari, idolo indiscusso a Livorno, Igor Protti è stato l'interprete perfetto di un periodo che non c'è più

di Andrea Cocchi

Le immagini di lui che accompagna la figlia Noemi all'altare meno di un mese fa, rendono l'idea di chi fosse Igor Protti più di qualsiasi parola. La retorica del combattente la risparmiamo per rispetto a chi odia i luoghi comuni e a chi non sopporta chiunque parli di sconfitta contro il male. Le malattie, le cose brutte accadono, non si vince se si sopravvive e non si perde se si muore. E' la vita. A chi resta spetta il compito di raccontare, e, di solito, chi se ne va è sempre un grande. Sarà l'inconscio senso di colpa di chi sopravvive a chi non c'è più, o il modo più facile per chiudere le cose e passare ad altro.

In questo caso, però, che piaccia o meno, se n'è andato un grande per davvero. L'affetto che si è scatenato quando ha parlato della sua malattia, quando ha mostrato un corpo segnato dal male, sarebbe già sufficiente per fare capire chi fosse. Igor Protti sapeva farsi voler bene e l'impressione è che sarebbe stato così anche se non avesse sfondato le reti di mezza Italia. Classe 1967, come Baggio, rappresenta perfettamente quella generazione di calciatori anni '80 e '90 che ti davano l'impressione di poterli incontrare al bar e parlarci tranquillamente, senza i filtri degli uffici stampa e il vippismo da cantante trap che viviamo adesso.

Nato e cresciuto calcisticamente nella sua Rimini, Igor viene subito notato per la facilità con cui buca i portieri avversari. Esplode a Messina, dove ancora lo ricordano con un affetto smisurato pur dovendo fare i conti con il ricordo di Schillaci, appena trasferito alla Juventus. Poi c'è Bari e l'inizio della leggenda. In due anni contribuisce a portare i pugliesi in Serie A e, al termine della seconda stagione nel massimo campionato, è capocannoniere nonostante la retrocessione (primo e unico caso di una squadra che scende nel campionato cadetto pur avendo nelle sue fila il Re dei bomber stagionali). Quelli sono gli anni dell'esultanza "a trenino" in cui, le poche immagini che potevi vedere allora, ti riportavano in casa quella serie di giocatori in maglia bianca e rossa che si tenevano per le caviglie a quattro zampe simulando di essere sulle rotaie. Una generazione intera cresciuta ripetendo quel gesto dopo i gol del calcetto del martedì.

Igor passa alla Lazio ma con Zeman non si prende. Alla fine chiude con 7 reti l'esperienza biancoceleste ma con la soddisfazione di un gol decisivo (per il pari finale) contro la Roma nel derby. Non va meglio neanche a Napoli ma poi arriva il bello. E il bello è Livorno, dove se parli di Protti, anche ad anni di distanza, spunta una lacrimuccia anche al più cinico dei tifosi. Due volte capocannoniere in C, e l'ultima coincide con la promozione. Tanto per non perdere l'abitudine si ripete anche in B. Vuole ritirarsi ma viene convinto a restare: in coppia con Lucarelli, e con Mazzarri in panchina, conquista la Serie A. A 37 anni fa ancora la sua bella figura anche nel campionato più importante, segna 6 gol e chiude con una rete nel 2-2 con la Juventus nel 2005. 

Applausi, solo applausi per una carriera da incorniciare e per una vita vissuta fino in fondo.