Più che una ristrutturazione, una manovra di salvataggio. Il modello industriale che per decenni ha garantito l'egemonia globale del Gruppo Volkswagen è entrato ufficialmente in una crisi strutturale senza precedenti. Secondo quanto rivelato da Manager Magazin, il CEO Oliver Blume ha presentato ai vertici del colosso di Wolfsburg un piano di emergenza draconiano, che prevede il raddoppio dei tagli alla forza lavoro rispetto ai piani precedenti con l'obiettivo di eliminare ben 100.000 posizioni lavorative e procedere alla chiusura di alcuni storici stabilimenti produttivi.
Emergenza totale
La gravità dello scenario è confermata da un sondaggio interno riservato, nel quale sei membri del consiglio di amministrazione hanno ammesso di temere per la sopravvivenza stessa del gruppo, mentre i restanti tre hanno definito la situazione semplicemente "critica". Una reazione legata a dati finanziari allarmanti: il bilancio 2025 si è archiviato con un crollo degli utili del 44% (pari a 6,9 miliardi di euro) e il primo trimestre del 2026 ha registrato una nuova flessione dei profitti del 14%.
Il mercato non esiste più
La crisi della "fabbrica globale" tedesca è figlia della frammentazione del mercato dell'auto in tre grandi blocchi continentali, con Wolfsburg in netta difficoltà su ciascun fronte economico e geopolitico. Sul fronte degli Stati Uniti, la strategia incentrata sull'esportazione di veicoli prodotti nell'Unione Europea e in Messico ha impattato duramente contro le barriere tariffarie erette dall'amministrazione di Donald Trump. I dazi doganali stanno costando al gruppo circa 5 miliardi di euro all'anno e, per contrastare l'emorragia, Blume ha confermato massicci investimenti per localizzare la produzione dei futuri modelli Audi in Nord America e accelerare il rilancio del brand Scout, mentre procedono a rilento le sinergie software con Rivian.
Disastro Cina
La vera urgenza strategica si chiama però Cina, dove dai 4,2 milioni di vetture vendute nel picco del 2019 Volkswagen è scesa ai 2,7 milioni dello scorso anno, cedendo quasi 1,6 milioni di unità alla concorrenza locale guidata da BYD. In un mercato in cui il ciclo di vita commerciale di un modello si esaurisce in appena 12 mesi, i tradizionali tempi di sviluppo europei di 4-5 anni si sono rivelati obsoleti, complici anche i cronici ritardi della divisione software Cariad. La risposta della casa si affida alla strategia “In China for China”, che prevede 30 novità in due anni modellate sui costi locali.
Roccaforte Europa
Contemporaneamente, Volkswagen deve difendersi in Europa dall'offensiva dei costruttori cinesi, che stanno penetrando con politiche di prezzo definite da Blume "economicamente insostenibili". Nel tentativo di arginare l'invasione, Volkswagen, Stellantis e Renault hanno siglato una lettera congiunta indirizzata all'Unione Europea per richiedere un quadro normativo che imponga una quota del 70% di progettazione e componentistica Made in EU sulle auto vendute nel Vecchio Continente. In attesa di riscontri da Bruxelles, il piano di austerità interno prevede la riduzione della capacità produttiva complessiva da 12 a 9 milioni di unità l'anno.
Strategie
Volkswagen dovrà tagliare 100 mila posti di lavoro
A rischio il futuro di quattro fabbriche. La ristrutturazione ha i contorni di una manovra di salvataggio
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