LA RICORRENZA

Vent'anni e sembra un secolo: campioni del mondo prima dell'apocalisse del nostro calcio

L'Italia, battendo la Francia ai rigori, conquistava il suo quarto titolo iridato. Poi il nulla...

di Andrea Cocchi

Nella notte del 9 luglio di vent'anni fa, notte inoltrata, ce ne andavamo a dormire tra finestre aperte da cui entravano suoni di trombette, urla, motorini festeggianti e zanzare. L'aria condizionata, allora, poteva anche non esserci perché, anche se noi pensavamo facesse caldo, non avremmo mai immaginato come sarebbe stato dopo un paio di decenni. L'Italia si ritrova con il clima di Abu Dhabi o Bangkok e la nazionale non va ai mondiali esattamente come Emirati Arabi Uniti e Thailandia. Questo, in estrema sintesi, cosa è successo in vent'anni. Pensavamo che quel titolo conquistato a Berlino ai rigori contro la Francia (ai rigori! Un altro tabù sfatato) fosse il preludio di un momento d'oro del nostro calcio. Nonostante uno scandalo epocale appena scoppiato. Il fatto che dopo due giorni, sui giornali, non si parlasse più di quell'impresa doveva in qualche modo allarmarci. 

Nel 1982 abbiamo vissuto di rendita per anni dopo la vittoria di Madrid. Nel 2006 tutti felici al Circo Massimo, qualche dichiarazione entusiastica e poi di nuovo spazio a Calciopoli. Quattro anni dopo l'Italia esce al primo turno in Sudafrica. Abbiamo pensato che fosse un caso, Lippi si era affidato ai suoi pretoriani invecchiati e Pirlo e Buffon si erano infortunati. Nel 2014, in Brasile, stessa cosa. Un piccolo campanello d'allarme, quando invece la situazione era molto seria. Ma nessuno avrebbe mai potuto immaginare che per tre volte consecutive i mondiali li avremmo visti solo in televisione. A parte l'edizione inaugurale del 1930, saltata per motivi logistici, e quella del 1958, gli azzurri si erano sempre qualificati, anche quando ne passava una sola e nel girone c'erano potenze come l'Inghilterra. 2018, 2022 e 2026, con il Mondiale allargato a 48 squadre. In poche parole, e ovviamente a livello calcistico, l'apocalisse. 

Per questo il Mondiale del 2006, festeggiato solo per qualche ora, merita di essere ricordato a lungo. Alla vigilia non si sapeva nemmeno se fosse il caso di andarci, visto lo scandalo che aveva sconvolto il nostro calcio. All'estero ci prendevano in giro ("I soliti italiani"), i politici facevano interrogazioni per chiedersi se fosse il caso di convocare certi giocatori e di partecipare alla competizione. Un clima impossibile. Lippi fu bravissimo a cementare il gruppo secondo la logica collaudata del "noi contro tutti", già sperimentata dalla nazionale nel 1982. Una selezione in cui non esistono gelosie e si rema tutti dalla stessa parte è spesso la benzina migliore per andare lontano. Soprattutto in un torneo di un mese.

Limitare la vittoria solo alle motivazioni è però riduttivo. Quella squadra era piena di giocatori di personalità e di qualità. Il ct, poi, era riuscito a plasmarla tatticamente come fosse una squadra di club. Un portiere super, una difesa insuperabile (due soli gol subiti in tutto il Mondiale: un'autorete e un rigore), un regista straordinario davanti al settore arretrato con al fianco un recuperatore di palloni straordinario, un laterale puro a destra, chiamato a rientrare, una finta ala a sinistra con il compito di tagliare verso il centro, un trequartista capace di mandare in porta chiunque partisse da dietro e una punta pura. A volte 4-2-3-1, a volte 4-3-1-2 o in alternativa 4-3-3, con una rosa di lusso che permetteva cambi di sistema a seconda degli avversari e dei momenti della partita. 

Il capolavoro è la semifinale di Dortmund con la Germania padrona di casa con i supplementari giocati con quattro punte di ruolo. Una dimostrazione di forza che ha portato a una vittoria tra le più iconiche del nostro calcio. Meno netta la supremazia in finale con la Francia dove ha prevalso una tenuta difensiva con pochi precedenti nella storia della Coppa del mondo. In poche parole, una squadra completa. Completissima. Pensare di vederne una simile nel futuro immediato è la speranza più grande che possiamo coltivare nel buio del pallone italiano del 2026.