MONDIALI 2026

Il fallimento del Brasile in 5 punti: senza centravanti, senza esterni e imbottito dì vecchietti

Manca anche un leader vero: Vinicius lo è dal punto di vista tecnico, servirebbe qualche giocatore dotato di carisma

di Enzo Palladini

Fuori dal Mondiale per mano della Norvegia. Come l'Italia. Ma almeno il Brasile agli ottavi ci è arrivato. Nessun titolo da 24 anni e qui noi siamo messi un po' meglio, con l'incredibile trionfo del 2006. Non è stato sufficiente trapiantare a Teresopolis l'allenatore europeo più vincente. Bene che vada, le Seleçao potrà puntare al titolo nel 2030, ha già battuto il digiuno-record che era di 24 anni, dal 1970 al 1990.  Ancora una volta la Nazionale più seguita, più amata e a volte più odiata del mondo torna a casa prima del previsto. Non ci sono motivi validi per non utilizzare la parola "fallimento", un disastro che ha molte cause. Qui proviamo a elencare le cinque principali. 

1. Senza centravanti, come nel 1982. La famosa Seleçao del 1982, che uscì dal Mondiale per merito della tripletta di Paolo Rossi, aveva nove fenomeni e due punti deboli: il portiere (Valdir Peres) e il centravanti (Serginho "Chulapa" che peraltro in carriera ha segnato più di 300 gol). Stavolta il portiere ce l'aveva buono, ma il centravanti non ce l'aveva nemmeno scarso. All'esordio ha giocato disastrosamente Igor Thiago, poi è stato sostituito definitivamente da Matheus Cunha, che nella vita di tutti i giorni fa il trequartista. Chiaro che un 9 come Haaland non si può materializzare con la bacchetta magica, ma ancora non è chiara l'esclusione di Joao Pedro del Chelsea. Uno che il centravanti lo può fare anche bene, quinto cannoniere della Premier League e - esattamente un anno fa - a segno nella finale del Mondiale per club, quindi abituato alle grandi pressioni. 

2. Una carenza disarmante di esterni. La storia del Brasile è piena di terzini destri e terzini sinistri capaci di alimentare il gioco d'attacco con le loro avanzate e con la facilità di arrivare in zona-gol. Tutto questo non ha avuto cittadinanza nella Nazionale di Ancelotti. L'unico con quelle caratteristiche sarebbe stato Wesley, che si è dovuto arrendere nella fase di preparazione e non è stato sostituto se non con un centrocampista centrale (Ederson). La batteria degli esterni era disarmante: a destra Danilo (che non fa quel ruolo da tempo dei club) dopo l'obbrobrioso esordio di Ibanez, a sinistra Douglas Santos (unico decente tra tutti) con l'alternativa Alex Sandro, che ricordiamo camminare per il campo negli ultimi due anni alla Juve. L'importanza delle catene laterali nel calcio di oggi è fondamentale, impensabile che nel campionato brasiliano non ci sia qualche ragazzo con il dinamismo che serve in certi momenti. 

3. Un'assurda Casemiro-dipendenza. Ci sono giocatori che diventano dei veri e propri amuleti per gli allenatori. Casemiro lo è per Ancelotti, che lo ha fatto sempre giocare. Eppure, a occhio nudo si notava da parte sua un ritmo palesemente inferiore rispetto a quello di Bruno Guimaraes e degli altri centrocampisti utilizzati. Insistere su di lui ha dato ragione al CT solo nella partita contro il Giappone, nella quale il numero 5 ha segnato d testa il gol del pareggio. Per il resto, tanti passaggi orizzontali e poco pressing. Il dato del possesso palla norvegese superiore al sessanta per cento si spiega anche così. I nordici che palleggiano in faccia ai brasiliani, il mondo al contrario. 

4. Età media troppo elevata. L'esperienza ha un suo valore nel calcio, ma negli ultimi anni ne sta perdendo una parte. Si corre sempre di più e sempre più velocemente, gli scontri fisici sono sempre più fondamentali. L'usura degli atleti è più penalizzante. Ancelotti ha portato un gruppo di 26 giocatori troppo imbottito di Over 30. È vero che l'inserimento di Endrick contro la Norvegia non è andato a buon fine perché il ragazzo si è mangiato un gol appena entrato, ma è anche vero che Rayan, abituato alle battaglie di Premier League, è stato uno dei pochi punti positivi di questa spedizione. Visto che non ci sono più gli artisti del centrocampo che ti nascondevano il pallone, sarebbe l'ora di europeizzarsi un po' di più, abbassare la testa, correre e picchiare. 

5. C'è un leader tecnico, manca un leader morale. La Seleçao di oggi ha un solo fuoriclasse che si chiama Vinicius. Le sue giocate sono uniche e in qualche caso risolutive. In questo Mondiale, l'attaccante del Real Madrid ha mostrato una crescita notevole anche dal punto di vista della personalità. Non si è lasciato coinvolgere in polemiche, non si è lasciato andare ad atteggiamenti sopra le righe. Un bel passo avanti, Ma a questa squadra manca un vero leader morale, uno che abbia la sensibilità di guardare negli occhi Bruno Guimaraes e di dirgli: "Tu non tiri il rigore, hai la faccia di un condannato a morte". Uno che possa avvicinarsi alla panchina e dire sottovoce: "Carletto, così non va". Ma anche un leader vero, alla Dunga, non si può costruire in laboratorio.