Il recente stop - entro 48 ore sapremo se temporaneo o definitivo - del trasferimento di Anan Khalaili all'Inter, fermato dalla richiesta di ulteriori accertamenti da parte del Coni, rappresenta un esempio lampante della peculiarità del sistema italiano, che vanta parametri di tutela della salute degli atleti tra i più stringenti al mondo. Mentre in campionati come la Premier League o nelle leghe professionistiche statunitensi la decisione finale spetta spesso al calciatore, che opera a proprio rischio e pericolo, in Italia vige un rigido obbligo di legge che risale ai decreti del 1982 e del 1995. Ogni club di Serie A è infatti tenuto a sottoporre i propri tesserati a visite presso centri di medicina dello sport accreditati, dove l'esecuzione di esami come l'ecocardiogramma e la prova da sforzo massimale deve tassativamente escludere ogni potenziale rischio prima di concedere l'idoneità agonistica.
Questa procedura, pur comportando talvolta il congelamento di trattative come quella dell'esterno israeliano, riflette una scelta etica di fondo che mette la salvaguardia della vita dell'atleta al di sopra di ogni interesse economico o sportivo. Sebbene la severità del protocollo possa apparire inusuale nel panorama internazionale, essa garantisce che in Italia la responsabilità di un eventuale rischio non ricada mai sul singolo, ma sia mediata da una legge dello Stato che, da oltre quarant'anni, funge da vero e proprio baluardo per la sicurezza dei professionisti sui campi di gioco.