Mondiali 2026

Spagna, quanta magia dal 2008 a oggi: come la Roja ha rivoluzionato sé stessa e il calcio in 18 anni

Gli iberici dal 2008 incarnano il modello vincente nel calcio, e il trionfo contro la Francia in semifinale non fa che confermarlo

di Umberto Porreca

Fino al 2008, quando tra appassionati si discuteva di questa o di quella favorita per un trionfo internazionale, veniva sempre fuori il nome della Spagna. D'altronde, è sempre stata una squadra con rose fortissime e giocatori di livello mondiale: Raul, Butragueño, Michel, più indietro Di Stefano, persino Ferenc Puskas vestì la maglia degli iberici. Risultato, un trofeo vinto. Un Europeo nel 1964, era la Spagna del grande e compianto Luisito Suarez. Prima e dopo, foglio bianco e delusioni.

La svolta -

 Il 2008 coincide, per la nazionale, con un vero e proprio giro di vite. Un clic che ha trasformato un modello calcistico visto con diffidenza nel pensiero unico del pallone. Non a caso, è stato anche l'anno dell'approdo di Pep Guardiola sulla panchina del Barcellona. Il seme, però, era già piantato. Quel che alla nazionale spagnola era sempre mancato fino a quel momento, fino al gol di Torres alla Germania in finale, era il saper adoperare tutto l'immane valore tecnico per vincere e non per specchiarsi. Luis Aragones, il boss della Spagna campione d'Europa nel 2008, iniziò a dipingere il quadro che fu poi magistralmente proseguito da Del Bosque, Luis Enrique e tutti gli altri. Nel 2010 il primo Mondiale, vinto dimostrando di saper giocare soffrendo e non solo palleggiando: la Roja vinse quella rassegna iridata vincendo tutte le partite con un singolo gol di scarto, esclusa la partita con l'Honduras, vinta di due. La strada tracciata era già quella dell'universalismo calcistico, dei fenomeni tecnici che scendono in campo e si piegano a cantare e portare la croce per un obiettivo più grande. Il 2012 lo confermò, e l'immane sequela di trionfi delle squadre spagnole in Europa non fa che continuare a testimoniarlo.

L'espansione del dominio -

 La Spagna, da quell'anno in poi, ha letteralmente creato il calcio moderno. Quella fusione di qualità e quantità, di organizzazione di gioco sistematica ma non asfissiante, che rende oggi la Roja la squadra più forte del mondo. La prestazione contro la Francia in semifinale è stata un sunto di tutto quanto si è visto in questi diciotto anni, un clinic mutuando il gergo Nba su quanto sia importante scendere in campo con una idea e con i meccanismi per trasmutarla in calcio giocato. La Francia, a fare la mera conta dei giocatori, è probabilmente una rosa sulla carta più forte. Forse anche parecchio più forte. La Spagna, però, è la squadra più forte e matura: ha alternato senza soluzione di continuità scudo e spada, clava e fioretto passando dal difendersi al centimetro dagli assalti bleus al ripartire in contropiede, o al prendere il comando delle operazioni facendo girare la palla a centrocampo con una frequenza impareggiabile. Gli iberici hanno incarnato la partita perfetta, quella in cui hanno dimostrato di saper fare tutto. 

L'inevitabile rivoluzione-evoluzione -

 Il mondo del calcio, in particolare in Italia, continua a essere timoroso e spaventato dal cambiamento perché teme di perdere sé stesso. Ma nel 2021, quando Roberto Mancini guidò una splendida nazionale Azzurra alla vittoria dell'Europeo, la strada intrapresa era esattamente quella tracciata dalla Spagna: quella formazione giocò un calcio funzionale alla partita in corso. Sapeva cambiarsi di abito e adattarsi alle circostanze del match. Duro e fisico? Si risponde duri e fisici. Tecnico e arioso? Palla che gira, inserimenti e tecnica. Il Paris Saint Germain bi-campione d'Europa ha seguito questa strada: chi l'allena? Luis Enrique. Il cerchio si chiude e la risposta è chiara e limpida: bisogna allungare la mano e coglierla. Facile? No. Ma chiedetelo a chi fino al 2008 aveva un curriculum di sconfitte e delusioni lungo un secolo e oggi porta sul petto tre europei e un Mondiale in 18 anni, con un'altra finale Mondiale alle porte da giocare da assoluta favorita, se si può fare o no.

La qualità è imprescindibile -

 Sarebbe altresì irrealistico dire che si può fare ciò che fatto la Spagna ovunque e comunque: non è così perché non tutti hanno a disposizione i giocatori fenomenali della Roja. Ma i giocatori fenomenali la Spagna, come detto, li ha sempre avuti. Oggi è capace però di dipingere una tela spettacolare sfruttando quel talento a pieno, in ogni senso. Una tela talmente ben studiata che è disposta ad accettare e includere qualunque giocatore abbia due requisiti: qualità e voglia di emergere sacrificandosi. Da Marc Cucurella a Lamine Yamal, nel solco di Sergio Ramos e Andres Iniesta, la galleria delle meraviglie spagnole è aperta e di esempio per il mondo del calcio.