Stranieri alla guida della Nazionale italiana: una rarità assoluta. Vanno cercati con il lanternino, sono stati pochi e spesso non si sono seduti nemmeno in panchina. La gestione della squadra azzurra ha vissuto tre ere geologiche: quella delle commissioni tecniche, quella dei CT provenienti da una carriera federale e quella degli allenatori veri e propri reduci da esperienze con i club, a partire da Arrigo Sacchi. L'inglese Harry (noto anche come Henry) Goodley fece parte di ben due commissioni tecniche dal 17 marzo 1912 al 15 giugno 1913, prima con Umberto Meazza con la qualifica di allenatore, poi con un altro inglese, William Garbutt. Bilancio di questi due periodi abbastanza triste: due vittorie (contro Svezia e Belgio), sei sconfitte (due volte Francia, tre volte Austria, una volta Finlandia).
Garbutt mantenne la qualifica di "allenatore" anche con la seguente commissione tecnica, nella quale non c'era più il suo connazionale Goodley ma comprendeva lo svizzero Hugo Rietmann. Una sola partita con questo assetto, vinta per 3-1 contro la Svizzera. Rietmann rentrò nella commissione tecnica dopo la Prima Guerra Mondiale, per la partita del 13 maggio 1920 a Genova contro l'Olanda, finita 1-1. In quel periodo l'allenatore era Giuseppe Milano. Poi c'è un salto di oltre trent'anni e dal 13 novembre 1953 al 23 giugno 1954 troviamo una commissione tecnica formata dal mitico ungherese Lajos Czeizler e da Angelo Schiavio, con Silvio Piola nlla veste di allenatore. Bene le prime quattro partite: doppia vittoria contro l'Egitto nelle qualificazioni mondiali, vittoria in casa contro la Cecoslovacchia e in trasferta contro la Francia. Poi però il fallimento al Mondiale 1954 in Svizzera, che aveva una formula particolare: nel girone non si incontravano tra di loro le due teste di serie, così come non si incontravano le altre due. L'Italia perse 2-1 contro la Svizzera, vinse 4-1 contro il Belgio e poi venne travolta per 4-1 di nuovo dalla Svzzera nella partita-spareggio. Fine del Mondiale.
L'ultimo straniero a guidare la Nazionale italiana, ormai sessant'anni fa, è stato addirittura Helenio Herrera, che all'epoca aveva già vinto due Coppe dei Campioni con l'Inter. La Federazione lo chiamò per affiancarlo a Ferruccio Valcareggi (che poi avrebbe proseguito l'avventura da solo) dal 1° novembre 1966 al 27 marzo 1967, per un totale di quattro partite. Arrivarono tre vittorie (contro Unione Sovietica, Romania e Cipro) e un pareggio (contro il Portogallo). Herrera lasciò l’incarico perché coinvolto in un’inchiesta sul doping, trovò subito lavoro come CT della Spagna, con risultati pessimi. Poi tornò in Italia per guidare la Roma.
Questa è la storia dei CT stranieri che hanno guidato l'Italia, in realtà con poteri effettivi solo Czeizler ed Herrera. Per il resto, la Figc ha sempre preferito puntare su personaggi autoctoni, cresciuti comunque all'interno del nostro movimento. In questi ultimi anni, al contrario, molti allenatori italiani hanno svolto il compito di CT in altre nazioni. All'ultimo Mondiale, erano addirittura tre: Carlo Ancelotti (Brasile), Vincenzo Montella (Turchia), Fabio Cannavaro (Uzbekistan). Vale la pena ricordare che nella storia dei Mondiali nessun CT ha sollevato la Coppa guidando una Nazionale che non fosse quella del suo Paese. È successo invece una volta agli Europei, esattamente quelli del 2004, quando il tedesco Otto Rehhagel ha portato al trionfo una Grecia formata da carneadi. Ciò vuol dire che c'è sempre una prima volta.