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Il "Far West" dell'auto italiana

A inizio Novecento, risultavano registrati più di 80 marchi. Un'epoca di pionieri e grande disordine

di Tommaso Marcoli
© Getty Images

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Ne rimarrà soltanto uno. E considerando i tempi che corrono, sarebbe già un risultato da accogliere senza amarezza. Eppure, c'è stato un tempo - quando l'automobile era una tecnologia nuova - che vedeva l'Italia nel ruolo di apripista e pioniere della rivoluzione. Tra fine Ottocento e inizio Novecento, il Paese visse una vera esplosione dei piccoli costruttori: se ne contavano più di 80. Che fine hanno fatto?
Sperimentare
Ogni rivoluzione tecnologica si porta appresso, nella sua fase iniziale, un grande fermento ed entusiasmo. Un percorso normale: chi intuisce che l'innovazione può migliorare la vita delle persone, prova ad approfittarne per guadagnarci una fortuna. Può andare bene, oppure molto male. I pionieri italiani dell'automobile delle origini sono per lo più artigiani: spesso officine di biciclette e motociclette che allargano la produzione. Poca pianificazione, capitali ridotti e nessuna struttura industriale. Il destino, da lì a poco, era segnato.
La competizione
Molti dei primi marchi automobilistici erano per lo più a conduzione familiare, finanziati con risparmi personali oppure attraverso credito ottenuto da banche locali. Molto esposte agli shock economici. Al termine della prima guerra mondiale, la competizione si fece più aggressiva. In Italia, di fatto, Fiat - fondata a Torino nel 1899 - era l'unica a essere riuscita a integrare una produzione su scala industriale. Questo le assicurava un vantaggio fondamentale per contenere i listini, monopolizzando il mercato.
Gruppi
Molti fallirono, altri furono inglobati e l'industria italiana dell'automobile si strutturò attorno a poche realtà. Un caso emblematico è quello di Alfa Romeo: nata nel 1906 a Napoli come filiale del costruttore francese Alexandre Darracq (SAID), ebbe vita breve e nel 1909 fu messa in liquidazione, rinominata ALFA e trasferita a Milano. Dopo essere confluita in Fiat, oggi è parte del Gruppo Stellantis, nato dalla fusione di PSA (Francia) e FCA (Italia/Sati Uniti). L'unione di più aziende sotto un unico organo, è una prospettiva per il futuro.
Insieme
Il settore automobilistico vive oggi una profonda e radicale trasformazione. Il passaggio - più o meno forzato - alla mobilità elettrica, ridefinisce gli equilibri. La Cina sta affermandosi sempre più come protagonista attraverso una strategia di sviluppo particolarmente aggressiva: entra nei mercati con decine di marchi, per poi valutare quali stabilire e quali allontanare. L'Europa potrebbe difendersi facendo sistema, consolidando le proprie realtà e costruendo nuove sinergie. Insomma: una nuova frontiera da esplorare.

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