Per la rielezione di Donald Trump alla presidenza degli USA, un ruolo fondamentale lo ha avuto la promessa di re-industrializzare il Paese (reshoring). La delocalizzazione - insomma - non sarebbe stata più tollerata. Pena: dazi, dazi e ancora dazi. L'industria automobilistica si è trovata a dover riorganizzare per intero la produzione, ora il rischio è che a pagare il conto siano i consumatori americani.
Contenuto USA
Produrre un'automobile è un'operazione estremamente complessa. Richiede una pianificazione con anni di anticipo e vaste sinergie, perché i componenti critici arrivano da fornitori sparsi nel mondo. Nessun gruppo o marchio ha il controllo completo della filiera. La proposta, in discussione il prossimo mese, che richiederebbe almeno un 50% di contenuto Made in USA affinché un veicolo possa beneficiare di dazi ridotti, mette in allarme Ford, GM e Stellantis. Una scelta che costerebbe 2 miliardi di dollari l'anno per ogni gruppo, i quali sarebbero "pagati" dai clienti.
Difficile
Pretendere investimenti negli Stati Uniti d'America, ha una sua logica: ridurre la dipendenza da Paesi come la Cina, limitando l'esposizione a eventuali shock di mercato o derive protezionistiche. Ford - ad esempio - ha annunciato che riporterà la produzione delle Lincoln dalla Cina agli USA. Potrebbe non bastare: i marchi giapponesi, europei e coreani "godono" di un dazio fisso al 15%. Quelli americani "navigano" tra tariffe su veicoli, componenti, acciaio e alluminio. Il paradosso è che perdano di competitività.
Scenari
Il paradosso di Trump: più dazi per chi produce negli USA
La prossima versione dell'accordo commerciale nordamericano potrebbe penalizzare i produttori locali
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