Tra Julián Alvarez e l'Atletico Madrid lo strappo definitivo è praticamente a un passo: in occasione del match pareggiato 2-2 con il Villarreal l'argentino, entrato in campo a mezz'ora dalla fine, è stato accolto da una bordata di fischi clamorosa dai supporters Colchoneros. Non solo, al momento del saluto della squadra alla curva il giocatore si è distaccato dal gruppo e si è diretto negli spogliatoi. Uscendo, qualcuno gli ha tirato una sua maglietta dell'Atletico, che l'argentino ha schivato. La società ha ribadito che è stata lei stessa a indicare al calciatore di non recarsi sotto la curva, ma cambia davvero poco.
La situazione -
Alvarez negli ultimi giorni e settimane è apparso spesso e volentieri con volti funerei (come nella foto di presentazione sul sito ufficiale dell'Atletico, visibile qui sotto), perché la sua volontà è chiarissima da tempo: vuole andare via, vuole andare al Barcellona. Ciò che l'argentino vuole, però, si scontra con ciò che l'argentino può: nulla, sostanzialmente. Perché ci sono contratti da rispettare e perché nel 2025 il giocatore ha felicemente firmato un rinnovo fino al 2029 a 7 milioni l'anno con una clausola rescissoria da 500 milioni di euro. Il centravanti sperava di risolvere tutto parlando con Simeone e con Gil Màrin, ad del club, ma nulla di fatto perché la posizione dei biancorossi è la stessa: cessione impossibile per qualunque cifra inferiore alla clausola già citata, non bastano 100, 150 e nemmeno 200 milioni. Le pretendenti, cioè il Real Madrid, il Barcellona o l'Arsenal, sono state respinte con diversi trattamenti: le due spagnole sono state derise sui social da parte dell'Atleti, mentre la terza è poco avvezza a spendere 150-200 milioni per un calciatore di un campionato straniero come da tradizione inglese. 115, 120, 135 per Rogers, Anderson e compagnia sono un conto, sono soldi che restano in Premier, 150-200 per Alvarez sono un altro. Siccome 500 milioni sono una manovra finanziaria e nessuno li spenderà mai per un singolo calciatore, le strade per il classe 2000 sono essenzialmente due: rimanere all'Atletico, comportarsi da professionista e ricucire con la società cercando di ammorbidire la posizione del club sperando in una cessione futura, o andare incontro a un muro contro muro senza soluzione a meno di ricorrere a misure veramente estreme, come l'arcinoto Articolo 17 della Fifa.
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Cos'è l'Articolo 17 della Fifa? -
L’Articolo 17 del Regolamento FIFA sullo Status e il Trasferimento dei Calciatori (RSTP) disciplina le conseguenze della risoluzione unilaterale di un contratto senza giusta causa tra un calciatore professionista e un club. Sostanzialmente, un calciatore che ha firmato con un club da più di tre anni e prima dei 28 anni si può svincolare dal club avvalendosi di questo articolo. Farlo, però, è più complicato di quanto sembri perché i requisiti sono molti e da rispettare rigorosamente: comunicare alla società l'intenzione di svincolarsi dal club entro quindici giorni dall'ultima partita giocata, non può trasferirsi per i dodici mesi seguenti in un'altra società di un altro campionato (quindi, per Alvarez, niente Barcellona o Real Madrid) e soprattutto il giocatore deve pagare un indennizzo al club proporzionato all'investimento fatto su di lui, agli anni rimanenti di contratto e allo stipendio percepito dal calciatore. Il club che acquisisce il giocatore, per altro, è obbligato in solidarietà a contribuire al pagamento delle spettanze alla società cedente. Si tratta, comunque, generalmente di cifre molto inferiori a quanto costerebbe un trasferimento. In Italia si è rischiato un caso simile, quando Kvicha Kvaratskhelia, deciso a trasferirsi a Parigi, aveva invocato la possibilità di utilizzare la norma: non è successo, ma lo spettro dell'Art. 17 ha spinto il Napoli a venderlo a una cifra inferiore alla clasuola rescissoria prevista, onde evitare che il giocatore andasse via con un incasso di circa solo 10 milioni. L'Articolo 17, comunque, è e rimane una soluzione molto malvista nel mondo del calcio: tra i club esiste un tacito patto di rispetto che riduce i casi di utilizzo di una norma così estrema a una vera rarità perché si tratta quasi sempre di un danno patrimoniale molto grave per le squadre che perdono i calciatori.