Cosa sta succedendo a Volkswagen? Il colosso delle automobili, il gigante industriale d'Europa è alle prese con una crisi senza precedenti. A rischio ci sarebbe la sua stessa sopravvivenza, messa a dura prova da un contesto economico complicato, imposizioni e sanzioni politiche (tra multe europee e dazi americani) e concorrenza cinese. Tuttavia, Volkswagen non è soltanto stata trascinata nella fretta della transizione energetica e nella confusione geopolitica (guerre in Ucraina e Medio Oriente, chiusura mercato cinese): alcune scelte, anche a livello di sistema-Paese, si sono rivelate errori di metodo.
Crisi strutturale
Lo schema che ha sorretto l'industria tedesca e il suo welfare è entrato in cortocircuito. Per la Germania non è più possibile importare energia a basso costo (dalla Russia), produrre manufatti ad alto valore aggiunto e rivenderli in mercati in crescita (la Cina) generando profitti. Lo scoppio della guerra in Ucraina ha interrotto l'afflusso - enorme - di gas portando a un aumento incontrollato del prezzo dell'energia perché la Germania non ha mai diversificato la sua fonte di approvvigionamento. Produrre "in casa" è diventato improvvisamente costosissimo e nel frattempo la Cina ha cambiato strategia: smettendo di acquistare veicoli europei e sovvenzionando la produzione e - soprattutto - l'esportazione dei suoi marchi decisamente più convenienti.
Dall'interno
Volkswagen, come tutti, si è trovata impreparata ad affrontare uno scenario così dirompente. Non bisogna però dimenticare che nel 2019 l'Europa presentò il Green Deal: un piano per azzerare le emissioni di CO2 entro il 2050. Per raggiungere l'obiettivo, un passaggio chiave era l'abolizione completa (successivamente rivista e ora di nuovo in discussione) delle auto con motore a combustione entro il 2035. Durante la "reggenza" di Herbert Diess, VW si è impegnata nello sviluppo di automobili elettriche digitalizzate, riducendo gli investimenti sui motori a combustione e, forse l'aspetto più controverso, trascurando quasi del tutto l'ibrido (la prima full hybrid del marchio arriverà nel 2027, trent'anni dopo Toyota...). La divisione CARIAD, destinata allo sviluppo di sistemi informatici, è costata miliardi e si è rivelata un disastro.
Industria in crisi
Le previsioni della VDA (l'associazione dei costruttori di automobili) sostengono che entro il 2035, un posto di lavoro su quattro nell'industria automobilistica tedesca sarà cancellato. Una contrazione strutturale che rischia di polverizzare il ceto medio e l'ossatura economica del Paese. Dal 2019 a oggi sono già svaniti oltre 100.000 impieghi nella filiera, e altri 125.000 sono destinati a seguire la stessa sorte a breve termine. La transizione energetica richiede già di per sé un numero di addetti inferiore: le auto elettriche hanno meno componenti rispetto a quelle con motore a combustione.
Tagli per sopravvivere
Il Gruppo tedesco è con le spalle al muro. In un recente incontro con i dipendenti, l'attuale CEO Oliver Blume ha ammesso che alcune fabbriche non sono più produttive: per "Emden, Hannover, Zwickau e Neckarsulm, al momento non vediamo alcuna possibilità che rimangano redditizi negli anni '30 del 2000". I sindacati temono fino a 140 mila tagli, con un lavoratore su sei a rischio. Attenzione, però: Volkswagen sta percorrendo una strada stretta dove il margine di errore è minimo, ma non è prossima al collasso. Il Gruppo impiega 657 mila dipendenti nel mondo e possiede 111 stabilimenti, i tagli - se confermati - rappresenterebbero il 21% della forza lavoro totale. Indubbiamente, gli anni della crescita senza fine e del benessere diffuso sono un lontano ricordo. La Germania dell'automobile è in crisi: a Volkswagen il compito di trovare una soluzione.
Scenari
Dietro la crisi Volkswagen c'è la fine del "modello Germania"
Il momento delicato del colosso dell'auto riflette le incertezze di un Paese il cui primato economico sta andando perdendosi
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