Un unico grande amore. Ricambiato nelle strade e nelle case della sua città, celebrato da cori, memorabilia e santini vari. Eterno, come l’aggettivo che accompagna la Capitale. Per vent’anni la Roma è stata Francesco Totti e Francesco Totti è stato la Roma. Lo dice il sentimento popolare, ma lo dicono anche i numeri, quelli sì indelebili: 786 presenze con la maglia giallorossa, di cui 571 con la fascia da capitano al braccio, 307 gol segnati. Come lui nessuno mai nel passato. E difficilmente anche in futuro.
Totti compie 50 anni ma nessuno ci crede. Ha ancora lo stesso sorriso beffardo e quasi lo stesso fisico di quando dribblava anche i migliori difensori del mondo come se stesse giocando nel parcheggio sotto casa. Un pochino di pancetta, magari, a guardare bene si può scorgere, ma non intacca la grandezza del personaggio. Fino a poco tempo fa c’era anche qualcuno che vedendolo giocare con gli amici gli proponeva di tornare a giocare in Serie A. Forse sarebbe stato un po’ troppo, ma in tanti avrebbero pagato per vedergli tirare una punizione. O magari un rigore con il cucchiaio. Meglio accontentarsi del padel, quello sì è il suo secondo amore. Si fa meno fatica e ci si diverte. Un cinquantenne che gioca in Serie A sembra un paradosso, un cinquantenne che vince i tornei di padel è la normalità. Meno normale è che il Capitano non abbia un ruolo vero all’interno della società giallorossa, ipotesi spesso ventilata e mai realizzata. Ma la Roma di oggi è tutt’altra cosa rispetto a quella dei suoi inizi e del suo lungo percorso.
Vedere Totti con un’altra maglia sarebbe stato fastidioso come il rumore del gesso non spezzato sulla lavagna. Avrebbe provocato una crisi d’identità a una tifoseria che l’ha sempre amato e mai messo in discussione. Ci hanno provato qualche volta le cosiddette “grandi del Nord” a sedurlo, ma senza trovare terreno fertile. Ci ha provato anche il Real Madrid, forse l’unico club che sia riuscito a farlo vacillare un pochino. Perché, diciamocelo chiaramente, Totti aveva il physique du role per giocare con la maglia dei Blancos: alto, coordinato, elegante nei movimenti, spettacolare nelle giocate. Un uomo da Bernabeu che invece ha sempre deciso di restare lì, dove è nato e cresciuto, dove ha vinto uno scudetto che secondo molti ne vale dieci di quelli vinti da Inter. Milan o Juventus. E forse è proprio così.
Padri putativi e maestri severi l’hanno accompagnato lungo questo infinito cammino giallorosso. Vujadin Boskov l’ha fatto esordire in Serie A nell’ultimo spezzone di una partita vinta a Brescia. Carletto Mazzone l’ha schierato per la prima volta da titolare in un ottavo di finale di Coppa Italia contro la Sampdoria, alla fine di un ballottaggio con tale Walter Lapini che giocava con lui nella Primavera e che non ha avuto una carriera da raccontare. Quella sera, Totti si prende anche qualche bella legnata da Pietro Vierchowod che lo marcava, ma era ugualmente felice. E come poteva non esserlo? Qualche momento senza felicità poi c’è stato, ad esempio durante la breve gestione dell’allenatore argentino Carlos Bianchi, che aveva dato il via libera a una cessione di Totti in prestito alla Sampdoria. Chissà, forse sarebbe cambiato tutto. O forse no. Se ne andò presto, Bianchi. Quindi non potremo mai saperlo. E alla fine c’è stato Spalletti, che suo malgrado ha dovuto gestire l’ultima stagione prima dell’addio, magari commettendo qualche errore, poi perdonato.
Poteva forse vincere di più, ma sarebbe stato costretto a lasciare il suo habitat, i ricordi dell’infanzia a Porta Metronia, gli amici di sempre. Ha un po’ compensato con la Nazionale, che gli ha dato il titolo di campione del mondo nel 2006 (anche se a mezzo servizio per un grave infortunio patito in stagione) e l’ha portato a un passo dal titolo europeo nel 2000, quello del suo famoso “Mo’ je faccio er cucchiaio” detto e fatto durante i rigori della semifinale contro l’Olanda. La Roma è stata la sua religione monoteista ma senza nemici giurati. Non è stato un calciatore divisivo, è stato una bandiera a volte invidiata, mai osteggiata. È stato un campione, questo sì. È un romano e un romanista. E un po’ Pupone anche adesso che ha 50 anni.