Ci fu un tempo, non troppo lontano, in cui i quattro anelli intrecciati sulla calandra non incutevano alcun timore reverenziale sulle corsie di sorpasso delle autostrade tedesche. Anzi, per un lungo periodo nel secondo dopoguerra, l'eredità dell'Auto Union era stata declassata a sinonimo di vetture oneste ma ruvide, motorizzate con fumosi propulsori a due tempi ereditati dalla DKW. A cambiare per sempre le sorti del marchio ci pensò un giovane ingegnere austriaco: Ferdinand Piëch.
L'arrivo dello scienziato
Nipote diretto di Ferdinand Porsche, Piëch approdò ad Ingolstadt nel 1972. Trovò un marchio periferico, una sorta di "parente povero" della Volkswagen, e decise di usarlo come il suo laboratorio personale. Lavorando inizialmente quasi in segreto e contravvenendo alle direttive di Wolfsburg che imponevano di non sviluppare nuovi modelli autonomi, Piëch e i suoi ingegneri diedero vita alla prima vera rivoluzione del marchio, forgiando un motto che sarebbe diventato una religione aziendale: Vorsprung durch Technik, all'avanguardia della tecnica.
La trazione integrale e l'assalto alla nobiltà
Mentre BMW e Mercedes-Benz si crogiolavano nella purezza aristocratica della trazione posteriore, Piëch intuì che il futuro passava per il controllo totale della potenza. Prese la trazione integrale di un fuoristrada militare, la compattò, la raffinò e la infilò sotto una coupé dal design squadrato. Era nata l'Audi Quattro. Dominando i rally mondiali e umiliando la concorrenza su terra, neve e asfalto, Piëch dimostrò al mondo che l'eccellenza meccanica non si misurava più solo con il blasone, ma con l'innovazione.
L'ariete tecnologico dell'impero
Dalla trazione integrale in poi, l'ascesa di Audi fu inarrestabile, guidata da un'insaziabile fame di primati. Piëch impose lo sviluppo dell'aerodinamica estrema con l'Audi 100, pioniera del coefficiente di penetrazione da record. Poi fu il turno della rivoluzione diesel con l'introduzione dei motori TDI, capaci di unire prestazioni da benzina e consumi irrisori, sdoganando il gasolio nei salotti buoni dell'automobilismo. Con lo stesso motore vinse la 24 Ore di Le Mans, per ben otto volte.
La gemma della galassia Volkswagen
Attraverso tre decenni di forzature ingegneristiche e azzardi calcolati, Ferdinand Piëch non si è limitato a salvare un marchio moribondo. Ha utilizzato gli anelli di Ingolstadt come una clava trasformando l'Audi nell'ariete tecnologico dell'intero impero. Ha preso una modesta costola aziendale e l'ha forgiata a sua immagine e somiglianza: fredda, implacabile, tecnologicamente inattaccabile. Facendo di Audi l'incubo ricorrente di Monaco e Stoccarda, e innalzandola a marchio premium.
Storie
Audi: gli anelli del potere
Da costruttore di fumose utilitarie a due tempi a incubo tecnologico di Mercedes e BMW. La cavalcata spietata del marchio di Ingolstadt sotto la guida di un genio di nome Ferdinand
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