
Quattro partite, quattro formazioni e organizzazioni diverse: le tante armi dell'Italia di Mancini
Il ct ha saputo variare giocatori e temi tattici mantenendo comunque invariate le caratteristiche generali degli azzurri

Arrigo Sacchi, per sottolineare le difficoltà di avere a disposizione tanti giocatori da scegliere ma senza avere il tempo di allenarli a dovere, diceva che la sensazione di guidare una Nazionale da ct assomigliava a quella che poteva provare un eunuco in un harem. Per questo, in un calcio meno progredito di quello attuale, si procedeva per i cosiddetti "blocchi", con 6 o 7 giocatori della squadra più forte del campionato che già si conoscevano e potevano sfruttare automatismi collaudati settimanalmente. Ora la situazione è diversa. I calciatori hanno consapevolezze evolute ed è più facile inserirli in contesti differenti.
La nuova Nazionale di Roberto Mancini è un po' una sintesi di questo concetto. Il meglio, da ct, lo ha dato nel ciclo che ha portato l'Italia a conquistare il titolo europeo nel 2021, con un calcio propositivo, una riaggressione immediata dopo la perdita del pallone, i 5 canali verticali del campo tutti occupati, due registi in mezzo e un 4-3-3 che in fase offensiva si trasformava in un 3-2-5. Cinque anni fa, però, c'era una formazione ben definita e, pur usando alternative importanti, ci si basava su un'idea molto forte e chiara.
Che adesso sarebbe stato differente lo si poteva intuire dai tantissimi convocati. Mancini ha voluto variarli dando, conseguentemente, caratteristiche diverse alla struttura di gioco pur mantenendo determinati atteggiamenti, come la ricerca di un calcio proattivo, una manovra il più possibile fluida, una difesa non troppo schiacciata all'indietro e un'aggressività, a uomo nella zona, portata anche ad altezze elevate del campo.
La prima è stata un mezzo fallimento. Il Belgio ha saputo approfittare del tentativo dell'Italia di riproporre il 3-2-5, in fase di possesso, che prevedeva l'occupazione da parte di Calafiori del mezzo spazio di sinistra con Cambiaghi largo. Questo sistema, però, non accompagnato da un'aggressione sincronizzata, ha permesso agli avversari, appena recuperata palla, di trovare spazi letali tra centrocampo e difesa azzurra, sfruttati dalle intuizioni verticali di De Bruyne e De Katelaere e dalla velocità degli esterni Godts, Moreira e Lukebakio.
In Turchia, cambio radicale. Dall'idea posizionale si è passati a concetti relazionali, avvicinando i giocatori di maggiore qualità per permettergli di sfruttare gli scambi stretti che diventavano il preludio per liberare gli spazi esterni. Sempre 4-3-3 ma con i laterali alti, Raspadori e Sebastiano Esposito, chiamati, soprattutto il primo, a tagliare verso il centro per liberare la fascia. Kayode, in questo senso, è stato devastante.
Poi è arrivata la grande prova di maturità di Parigi. Contro la Selezione più forte del mondo, insieme alla Spagna, l'Italia ha saputo dimostrare che ci si può difendere con personalità, con un piano gara preciso che ti permette anche di essere molto pericoloso in fase offensiva. Senza palla era un 4-5-1, la difesa non era mai troppo bassa e, lezione memorabile per il calcio italiano, ci si è opposti a due ali fortissime nell'uno contro uno (Olise e Doué) con una linea a quattro, tra l'altro con due esterni bassi portati naturalmente all'inserimento offensivo. La ricerca in verticale di Pio Esposito per i movimenti in profondità delle mezzali e l'innalzamento del livello del pressing dopo il vantaggio francese, hanno creato non pochi problemi alla Nazionale di Zidane anche dopo il gol del pareggio di Bastoni.
Nell’ultima uscita, quella di Bologna con la Turchia, si è riproposto il movimento verso il centro degli esterni alti, soprattutto Vergara, che ha portato il sistema di gioco, in fase offensiva, a diventare una sorta di 3-4-3 a rombo, con Di Lorenzo a occupare il settore destro dell'attacco.
Insomma, il ct, aiutato da collaboratori di altissimo livello, sta lavorando su gioco, uomini, sistemi e funzioni e sembra avere tutte le carte in regola per stupirci ancora come in quella estate di cinque anni fa.