
È un'Italia (finalmente) multietnica: da Kayode al "giavellottista" Ndour, l'elenco è fitto
L'Italia si gode una, anzi due Nazionali multietniche. Tra prima squadra e Under 21, la lista di calciatori discendenti dall'estero o addirittura nati fuori dai confini italiani è lunga

Mentre si godevano i Mondiali dal divano (per l'ennesima volta), gli italiani assistevano al trionfo dei funamboli Lamine Yamal e Nico Williams, agli scatti da centometristi conclusi in porta da Kylian Mbappè, alla qualità dispensata da Olise negli assist, alle accelerazioni a campo aperto di Hakimi. Tutti fenomeni che condividono un tratto personale: la discendenza da Paesi diversi da quello di appartenenza o approdo.
Abbiamo trascorso un'altra estate a vedere gli altri dare spettacolo nel campionato del mondo, la festa del calcio. Ma non un calcio qualunque. Un calcio globalizzato, che dà la possibilità a chi ha origini in altri Paesi di giocare per la rappresentativa dello Stato di accoglienza. O, perché no, rappresentare le proprie radici(come nel caso del terzino del PSG e di altri compagni del Marocco cresciuti altrove ma ritornati "all'ovile"). Il multiculturalismo, per il pallone, non è più un tabù da tempo. Ma soprattutto, rappresenta un valore aggiunto per eccellere.
E per chi non fosse appassionato di calcio, sempre nella calda stagione, ci sono stati esempi virtuosi di questo fenomeno. Per citarne alcuni, Sara Curtis, Andy Diaz, Dariya Derkach, Fausto Desalu.
Forse anche il pallone, dopo anni di ritardo (come su tanti altri fronti), lo sta capendo. Accogliere i figli dell'immigrazione allarga il bacino del talento per una Nazionale. Un esempio? Più di uno. E tutti sbocciati ieri sera, nel giro di poche ore. Ma partiamo dalla fine, dal 3-1 a discapito della Turchia della selezione di Mancini. E da due che meritano di diritto di stare tra i migliori in campo. In mezzo al campo Doumbia e Romano sono sinonimi di qualità e fisicità. A Bologna, lo strapotere del classe 2003 nato a Treviglio da genitori ivoriani ha dato continuità al buon ingresso a Roma con il Belgio.
E anche il ragazzo di Wintherthur (Svizzera) ha risalito la china dopo il brutto esordio. Meglio da mezzala che da regista, il 2006 cresciuto alla Roma ha un domani con l'azzurro addosso. L'assist servito a Pio Esposito è una prova. Al "Dall'Ara" è entrato a gara in corso, ma Kayode si era già preso tra Turchia e Francia il posto da titolare sulla fascia destra. Lo strappo, la concretezza ma anche le famose rimesse lunghe sono un fattore determinante. Il laterale del Brentford, nato vicino Novara da genitori nigeriani, è il futuro dell'Italia.
All'"Olimpico" era entrato con intraprendenza anche Mohamed Ali Zoma, centravanti con facoltà di allargarsi sull'esterno, mentre sono da rivedere (per mancanza di prove) Honest Ahanor, Eddy Kouadio e Samuele Inacio, nell'auspicio che il Brasile non ce lo soffi da sotto il naso. Giovani che hanno ottenuto notorietà con la convocazione del Mancio, ma il cui talento è indiscusso. Va solo coltivato.
Tutti calciatori, quelli citati, che seguono il solco tracciato da Moise Kean, punto fermo della Nazionale impiegabile su più zolle nella zona offensiva. E soprattutto, tutti Millenials, alcuni dei quali potenzialmente convocabili dall'Under 21 di Silvio Baldini. Va detto che il ct degli azzurrini non sembra avere problemi di questo genere. Un'occhiata al tabellino di Italia-Polonia per credere.
Dei dieci calciatori di movimento schierati, ben cinque possiedono la doppia cittadinanza. A loro volta, quest'ultimi si dividono tra giocatori nati fuori dai confini tricolori aventi origine italiana e italiani discendenti da genitori stranieri, che magari sono arrivati da lontano per atterrare nel Bel Paese. Da lontano, come la distanza da cui è stato disegnato l'arcobaleno di Cher Ndour. Lontano, come è il Senegal, Paese d'appartenenza del papà del centrocampista della Fiorentina, rispetto allo stivale. È lui uno dei pilastri dell'Under 21, pronto a fare il grande salto se il rendimento si manterrà costante.
Ha segnato "solamente" un gol, ma la qualità di Luca Koleosho non può rimanere inosservata. Il fantasista del Paris FC rappresenta un mix di culture in cui l'Italia è solamente un tratto all'interno della sua famiglia. Padre nigeriano, madre statunitense con origini italiane, il classe 2004 ha ottenuto il passaporto nostrano solamente tre anni fa. E Silvio Baldini, ieri, avrà sicuramente benedetto quel giorno. Il tap-in per sbloccare il match è stato solo il principio della "lectio" di tecnica di Luca, capace di saltare l'uomo o verticalizzare con traiettorie impensabili.
Non saremmo mai arrivati al trionfo di ieri senza il match-winner di Alphadjo Cisse in Armenia. Amorim ha già dichiarato il suo amore per l'attaccante nato a Treviso da genitori guineani. Baldini non ancora, ma qualora accadesse nessuno si stupirebbe. La sua rete in quel di Yerevan ha tenuta viva la fiammella della qualificazione, che è diventata fuoco ardente nella serata di Pescara. Il ct degli azzurrini, ma anche quello della squadra A, segue con interesse la crescita del 20enne che la Serie A ha già potuto conoscere con due gol d'autore nella città di Torino.
Serviva fare tanti gol per andare direttamente all'Europeo di categoria. E una squadra a trazione anteriore avrebbe potuto soffrire le ripartenze avversarie. Se così non è stato, bisogna ringraziare anche la sicurezza di Fabio Chiarodia, nome all'apparenza italiano. E in effetti i suoi genitori sono di Venezia, emigrati nella città di Oldemburg per lavoro. Qui è nato il centrale, che attualmente gioca nello Stato di nascita, al Borussia Monchengladbach. Ma Chiarodia è azzurro a tutti gli effetti, così come Ahanor.
La storia dell'ex atalantino, passato nel corso della sosta dalla prima squadra all'Under, è singolare. Il difensore ha ottenuto la cittadinanza italiana solamente qualche mese fa, al raggiungimento della maggiore età. Un passaggio necessario dovuto all'origine dei genitori, nati in Nigeria. A pratiche chiuse, le porte della Nazionale si sono spalancate senza esitazioni.
Insomma, quattro partite (nel caso dell'Italia A), e due (parlando degli azzurrini) sono poche per poter confermare una tendenza o un percorso agli stadi conclusivi. Ma da qualche parte bisognerà pur cominciare. E se qualche mese fa ci lamentavamo di avere una Nazionale senza nuove leve e chiusa all'esterno, come inizio non è niente male.