Milan, Pato rivela: "Mi ha cercato anche l'Inter". E sugli infortuni...

L'ex attaccante rossonero ha raccontato la sua carriera ai microfoni di Radio Tv Serie A

Promessa, idolo e "what if". La parabola di Alexandre Pato è stata una delle più discusse del calcio moderno. Sbarcato a Milano il 2 agosto 2007, è rimasto in rossonero fino al 2013, quando passò al Corinthians. Sei anni in cui il "papero" ha incantato i tifosi e gli appassionati sui più importanti palcoscenici mondiali, tra gol fulminei (memorabile quello segnato al Camp Nou in 24 secondi) e i trofei alzati con il Diavolo. Sei anni che, tuttavia, sono stati inevitabilmente segnati da infortuni muscolari e problemi articolari.

Pato si è raccontato in una lunga intervista a Radio Tv Serie A, in cui ha ripercorso i suoi anni in rossonero e i momenti più bui della sua carriera.

Sull'arrivo a Milano: “Quando giocavo alla PlayStation sceglievo il Milan. Quando si è trattato di decidere, non ci ho pensato su: aveva appena vinto la Champions, c'erano sette brasiliani, il mio idolo era Ronaldo, che giocava in rossonero. Tra le varie squadre che mi hanno cercato c’è stata anche l’Inter, ma ancora oggi penso che il Milan sia stata la scelta migliore: ho giocato in un Club vincente, ho vinto con questo Club e ho giocato con tanti campioni italiani. Ho dovuto aspettare 6 mesi prima di giocare la prima partita con il Milan: sono nato il 2 settembre ed il mercato si chiudeva il 31 agosto. Se fossi nato due giorni prima avrei giocato la Finale del Mondiale per Club che il Milan ha vinto nel 2007, che per noi brasiliani è la massima competizione".

Sul gol all'esordio contro il Napoli: "Nella prima partita contro il Napoli, Ronaldo mi ha fornito due assist, poi ha segnato. Alla fine, ho partecipato alla festa e mi sono liberato. In quel momento mi sono passati tutti i mesi di attesa davanti agli occhi. Una emozione incredibile: c’era anche la mia famiglia in tribuna. Vedere godere i tifosi rossoneri è stato fantastico”.

Su San Siro e i tifosi: “Giocare a San Siro non mi ha mai fatto impressione. L’unico giocatore che mi provoca una emozione particolare, ancora oggi, è Ronaldinho. Io ho sempre pensato a scendere in campo, dribblare e provare a fare gol. A mio figlio non parlo del mio passato da calciatore. Una volta venne da me e mi chiese: “È vero che hai giocato al Milan?”. Per me è stata una emozione. Gli piace giocare a calcio. Ha due anni e mezzo e i movimenti giusti: magari in futuro farà il calciatore. I tifosi rossoneri? Dal primo giorno ad oggi per loro c’è solo amore. Sono arrivato piccolo e torno da spesso da uomo: le persone che mi fermano e mi chiedono l’autografo mi riempiono di gioia”.

Sugli infortuni: “Mi ricordo quello contro l’Udinese, il primo di una lunga serie. In alcuni momenti avrei dovuto recuperare con più tranquillità prima di tornare in campo. Ricordo l’infortunio di Barcellona dopo una settimana di lavoro in America e un solo allenamento sulle gambe. Anche Nesta disse che non era il caso che giocassi. E’ passato tanto tempo e oggi penso che doveva andare così. Lasciare il Milan? In quel periodo non era mia volontà farlo, mi consigliarono però che sarebbe stata la scelta giusta. Se dovessi dare un consiglio ad un giovane calciatore nella mia stessa posizione gli direi di non farlo. Se vai via dall’Europa in un certo momento della tua carriera, poi è molto difficile ritornare. Gli infortuni mi hanno fatto imparare tanto. La sfida più grande che ho vinto? L’esperienza in Cina: un mondo diverso con tanta passione per il calcio. Sono contento di quello che ho fatto”.