
Premier League e non solo: il calcio inglese si indebita ma i fatturati sorridono
Analizzando i bilanci delle 116 società professionistiche inglese, emergono due dati incredibilmente contraddittori. Da un lato i ricavi sono in rialzo, ma solamente sette club hanno i conti in ordine

Nelle ultime settimane si è discusso ampiamente di finanze inglesi in materia calcistica, con protagonista indiscusso il Manchester City. Un processo, quello che pende sul club dell'emiro, che avrà un'inevitabile onda lunga. Ma per un momento ci stacchiamo dal dossier che si è impossessato delle cronache.
Rimaniamo, tuttavia, sull'ambito economico. A dare l'assist è lo State of the Game Report 2026. Il documento è stato pubblicato dall’Independent Football Regulator (IFR), organismo indipendente che verifica la solidità finanziaria dei club inglesi. Ebbene, le 244 pagine divulgate evidenziano una situazione paradossale.
Le squadre esaminate sono le 116 che compongono le prime cinque serie, dalla Premier League alla National League. Il responso parla di un fatturato di nove miliardi di sterline (pari a 10.6 miliardi di euro). Dal 1992, anno di nascita della Premier, questa voce è cresciuta di 33 volte. Contestualmente, si è ampliato il divario tra la Serie A britannica e le categorie inferiori. Oggi il massimo campionato racchiude oltre l’80% dei nove miliardi di sterline generati dalle prime cinque divisioni. Un esempio concreto? Alla sua fondazione, un club di Premier incassava mediamente 2,7 volte quanto una società della seconda divisione. Nella stagione 2024/25, il rapporto era salito a 8,7 volte.
Squilibrio che si ripercuote sui singoli club in caso di retrocessione dalla prima serie alla cadetteria. Si stima una riduzione media dei ricavi di 70 milioni di sterline, pari al 42%, dovuto specialmente agli introiti televisivi.
Ciononostante, la sostenibilità non è la parola chiave oltremanica. Prendendo in considerazione i bilanci licenziati dalle società inglesi, il 94% ha chiuso in rosso la stagione finanziaria 2025/26. Il problema, secondo lo studio, risiede non solo negli ingaggi monstre dei calciatori, ma anche l’aumento delle spese operative, un indebitamento che si dilata e la dipendenza dai finanziamenti degli azionisti.
Lo status dei giocatori rappresenta comunque una fetta consistente, visto anche il circolo di cifre da capogiro intrapreso nelle sessioni di mercato recenti. Dal 2021/22 all'annata scorsa, la spesa per gli stipendi dei calciatori ha vissuto un incremento del 33% nella massima serie, pari al 71% nella League One (l'equivalente della Serie C nostrana). Basti altresì pensare che venti società hanno destinato oltre l’80% del fatturato agli stipendi dei giocatori. Nello stesso arco di tempo citato, la perdita media per la Premier è più che raddoppiata, passando da 20 a 44 milioni di sterline.
Mercato che causa indebitamenti per club, che nel 25/26 hanno dichiarato 4,8 miliardi di sterline di debiti verso altre società per la campagna acquisti, con crediti per circa 1,5 miliardi. La differenza racconta quindi di un indebitamento netto di 3.4 miliardi di sterline.
Raddoppiati anche gli ammortamenti in quattro anni, passando da 1,3 a 2,6 miliardi di sterline, mentre le commissioni agli agenti sono aumentate da 317 a 548 milioni di sterline. Championship e League One sono l'emblema del sistema. Le perdite medie delle due categorie hanno un'incidenza rispettivamente del 59 e del 65% sui ricavi.
Insomma, la Premier League sarà anche l'El Dorado per calciatori e appassionati. Ma, andando a scavare, non si può dire che le società navighino nella solidità finanziaria. Eppure, all'apparenza, nessuno sembra risentirne. E già dal prossimo mercato invernale potremmo averne la conferma.