Cinquant’anni fa, domani. Da allora, da quel 20 ottobre 1976, il mondo (del calcio) non sarebbe più stato lo stesso. Cinquant’anni fa, domani, esordiva a 15 anni, 11 mesi e 20 giorni Diego Armando Maradona. All’epoca in Italia lo scudetto stava sul cuore della maglia granata del Torino; Roberto Mancini neppure 12enne viveva ancora a Jesi con i genitori e tifava Juventus; Marcello Lippi era il capitano di una Sampdoria che si salvava sempre o quasi all’ultima giornata; non esistevano i telefonini né i social; Giovanni Malagò era un 17enne studente del liceo scientifico Collegio San Giuseppe-De Merode e faceva il tifo per la Roma-Rometta di capitan De Sisti e dei gemelli dei (pochi) gol Prati-Musiello; Giorgia Meloni non era ancora nata.
Cinquant’anni fa, domani, in Argentina aveva preso il potere da poco più di sei mesi una delle dittature più sanguinarie della storia. Ma all’epoca a Buenos Aires e dintorni neppure si immaginava il dramma dei desaparecidos. Il “pueblo” pensava agli imminenti mondiali che l’Argentina avrebbe organizzato e vinto di lì a un paio d’anni. E si coccolava colui che sarebbe diventato il più grande giocatore nella storia del calcio dopo Pelè e prima del suo epigono Lionel Messi.
Lunghi capelli ricci, occhi vispi, maglia rossa con banda trasversale bianca, numero 16 ben visibile anche sui calzoncini: così si presentava, cinquant’anni fa domani, il piccolo Diego, stellina dell’Argentinos Juniors pronto a entrare nella storia. Nella storia non sarebbe entrato né quel giorno né mai Ruben Anibal Giacobetti che in quella partita di campionato contro il Talleres di Cordoba sarebbe uscito alla fine del primo tempo per far spazio all’emergente Dieguito. L’Argentinos Juniors stava già perdendo in casa per 0-1 e neppure l’ingresso del piccolo Maradona sarebbe servito a cambiare il risultato. Prese 4, quel giorno, Giacobetti nelle pagelle del prestigioso settimanale sportivo El Grafico. Un bel 7 invece per il numero 16, Maradona, sfacciato al punto da fare subito un tunnel al suo marcatore Juan Domingo Cabrera. Il giornalista Hector Vega Onesime appioppò nel suo articolo tre aggettivi all’esordiente Diego che non hanno bisogno di grandi traduzioni: “sorprendente, habilidoso e inteligente”.
Maradona in realtà era già allora un Pibe de Oro: a dispetto della giovanissima età, giornali e televisioni si erano già occupati di lui che negli intervalli delle partite casalinghe dell’Argentinos intratteneva i tifosi con numeri da foca e palleggi da applausi. Nel settembre ’71 (a 11 anni ancora da compiere) il Clarin, il quotidiano più venduto d’Argentina, gli aveva dedicato un articoletto, il primo di una raccolta che sarebbe diventata grande come l’Enciclopedia Britannica: ma nel titolo, per una beffa del destino, un refuso lo trasformò in Caradona. Anche la tv, dicevamo, si era occupata di lui. “Sabados Circulares”, un rotocalco dell’Atc, la televisione di stato, aveva realizzato un servizio che ritraeva l’undicenne Dieguito a palleggiare davanti alla sua umile casa di Villa Fiorito. Al microfono del conduttore del programma Pipo Mancera, una sorta di Pippo Baudo d’Argentina, quel bimbetto avrebbe rilasciato dichiarazioni incredibilmente premonitrici: “Il mio sogno è giocare un Mondiale e vincerlo".
© El Grafico
Esordio Diego Armando Maradona 1976
Il sogno di giocare un Mondiale lo avrebbe realizzato undici anni dopo, in Spagna. Il sogno di vincerlo dovette rimandarlo al 1986, a quasi dieci anni dal suo esordio nella Serie A argentina.
Da quel 20 ottobre 1976 al 25 ottobre 1997, data dell’ultima partita ufficiale (con la maglia dell’amato Boca Juniors in un “superclasico” contro il River Plate vinto 2-1), Diego Maradona ha vinto di tutto e di più: un Mondiale dei grandi e uno dei giovani, tre scudetti (uno con il Boca, due con il Napoli), una coppa Uefa, due coppe Italia, una coppa di Spagna, una coppa di Lega spagnola e due supercoppe nazionali (nell’83 con il Barcellona e nel ’90 con il Napoli), sei volte la classifica cannonieri (cinque in Argentina e una in Italia). Conquistando pure un Pallone d’oro di France Football alla carriera, consegnatogli nel ’95, visto che come extracomunitario non era riuscito a vincerlo “sul campo”. Unico cruccio, la Coppa dei Campioni. Quella sudamericana, la Libertadores, non l’ha mai neppure giocata; quella europea, che da un po’ chiamiamo Champions League, l’ha visto con il Napoli fuori al primo turno nell’87 contro un Real Madrid non ancora galattico ma già forte dei Butragueno, Michel e Martin Vazquez e fuori agli ottavi nel ’90 contro lo Spartak Mosca.
Oggi Diego non c’è più, il prossimo 30 ottobre avrebbe compiuto 66 anni ma il mondo lo ha salutato in quel tragico 25 novembre del 2020. Rimane, a cinquant’anni dal suo debutto, un rimpianto: senza l’abbraccio mortale della cocaina sarebbe ancora tra noi. A godersi i filmati delle sue prodezze e a chiedersi: Maradona (che è megli’e Pelè) è anche megli’e Messi?