Si vede che l'Inter è americana. La trama delle sue partite è come i film di Hollywood: più o meno è sempre la stessa. C'è qualche variante, chiaro, cambiano gli attori protagonisti. L'eroe entra in scena un po' prima o un po' dopo, ma alla fine si arriva sempre allo stesso punto. Certo, stavolta gli sceneggiatori hanno lavorato bene. Ci hanno messo in mezzo una serie di elementi abbastanza inediti: il gol preso al primo tiro in porta degli avversari, un rigore abbastanza netto non concesso, l'assalto finale con un ragazzino buttato in mezzo alla mischia per cercare di dare una mano alla sua incoscienza, il recupero infinito. Però sull'almanacco del calcio ci sarà scritto Inter-Fiorentina 2-1, la classifica dice ancora Inter capolista.
I giudizi su questa Inter sarebbero stati leggermente diversi se la partita si fosse chiusa con un altro tipo di risultato, è il destino di chi sta davanti e si abitua a vincere. Ma durante tutta la partita, la supremazia territoriale è stata netta. Una vagonata di tiri verso la porta, belle parate di De Gea ai limiti del miracolo. Fiorentina asserragliata davanti al suo portiere. Non c'era un solo motivo per criticare Cristian Chivu, che l'aveva preparata nel modo giusto. Non ci sono state le amnesie collettive delle altre partite, l'atteggiamento è sempre stato quello giusto. Il gol della Fiorentina è stato un episodio estemporaneo, una conclusione coraggiosa e ben riuscita di Jimenez. Difficile anche trovare responsabilità chiare, se non un concorso di colpa da parte di Provedel, come sempre accade quando un portiere prende gol sul proprio palo. Per la settima volta l'Inter è passata in svantaggio. In campionato ha sempre rimontato e anche stavolta, ma con modalità profondamente diverse.
Ci sono stati, se mai, alcuni limiti nelle prestazioni individuali. Calhanoglu sta gestendo uno scorcio di stagione complicato a causa di un infortunio mai completamente assorbito, lo si capisce da alcuni suoi movimenti e anche un po' dalla minore precisione delle sue conclusioni spesso precisissime. Pio Esposito è sempre generoso ma la sua prestazione è stata limitata dalla coppia di difensori centrali viola, che l'hanno ingabbiato con molta attenzione. Andy Diouf ha perso un po' di smalto rispetto all'inizio della stagione, non sempre gli riescono quegli attacchi profondi sulla destra, in questo caso anche per la buona guardia montata da Valdepenas.
Ci sono poi due giocatori a cui Chivu dovrebbe far erigere un monumento. Uno ovviamente è Marcus Thuram, l'altro, sia pure meno appariscente, è Carlos Augusto. Il francese ha fatto tutto quello che si può fare da attaccante in una partita: ha recitato la parte di sé stesso, di Lautaro Martinez e di Pio Esposito insieme. Un mattatore, come quegli attori che impersonano padre, nonno e figli nello stesso film. Ha segnato il gol del pari perché l'ha voluto a tutti i costi, ha conquistato il rigore della vittoria finale perché sapeva di avere un credito con la fortuna e con l'arbitro Mariani, per un altro fallo in area subito da Viery. Quando si dice "cantare e portare la croce", ecco, si intende qualcosa del genere. Urge un po' di riposo, magari nella prossima partita a Venezia. Una volta ancora, dopo il gol decisivo contro lo Shakhtar, Carlos Augusto è stato l'anima della squadra, ha percorso una valanga di chilometri, ha buttato in mezzo palloni preziosi, ha colpito due traverse con altrettante spizzate di testa. Un giocatore che ogni allenatore vorrebbe avere in squadra per la cifra tecnica, l'applicazione e l'umiltà. Se per Thuram urge riposo, qui serve rapidamente un rinnovo di contratto.