
Sinner: "In questo momento serve pazienza: il corpo è l'unico avversario che non puoi battere"
Il numero uno del mondo a La Repubblica: "Preferisco i colpi alle parole. In questi mesi non ho fatto nulla di insolito, non ho voltato le spalle al tennis"

Jannik Sinner inizia a vedere la data del rientro, con fine dicembre cerchiato sul calendario. Prima di avvicinarsi al Six Kings Slam, il numero uno al mondo torna però a parlare in un'intervista rilasciata a La Repubblica e ripercorre questi lunghi e difficili mesi in cui è stato accompagnato da un infortunio al ginocchio: "Pazienza è la parola giusta per questo periodo. Il corpo è l'unico avversario che non puoi battere, quando ti dice stop devi accettarlo e seguire i consigli degli specialisti".
Sinner si è dovuto fermare dopo il secondo trionfo a Wimbledon dello scorso luglio: "Gli infortuni fanno parte dello sport, bisogna essere intelligenti e capire quanto e quando giocare. Senza avere una visione a lungo termine, non c'è solo l'oggi, si semina ora, ma il raccolto ha altri tempi. E la differenza la fa sempre il lavoro, la preparazione che fai, non la fortuna. Quella aiuta a vincere un punto, non la partita".
L'altoatesino ha inoltre analizzato il dualismo con Carlos Alcaraz, che ripercorre molte delle rivalità che hanno accompagnato la storia del tennis: "Magari io vengo vissuto come il campione disciplinato e ostinato e Carlos come quello mediterraneo e stravagante. Questa è la cosa bella, avere qualcuno che ti spinge al limite. Il tennis ha sempre vissuto di questo: da Borg-McEnroe a Sampras-Agassi fino a quando la rivalità è diventata a tre con Federer-Nadal-Djokovic".
Un momento da cancellare: "Non sarebbe un momento sportivo, né la sconfitta in finale con Alcaraz a Parigi 2025, né in semifinale con Djokovic a Melbourne a inizio anno. Non è una cosa successa in campo: vorrei cancellare ciò che ho provato il giorno in cui sono andato via di casa, lo strazio di quando a 13 anni e mezzo, a Milano, ho salutato mio padre perché le nostre strade si separavano. Ci stavamo lasciando, piangevo io per lo strappo, ma anche lui". Un momento invece da rivivere? "La purezza di una domenica d'inverno con i miei amici a sciare sulla Dolomiti, o un momento con la mia famiglia o uno sui kart con Giovinazzi e Ciccone. A me la velocità piace, non è un mistero. Ho bisogno dell'adrenalina, di tenere lontana la noia".
Sinner ha poi raccontato la sua estate senza tennis: "Non ho fatto nulla di insolito, se la domanda è cosa ho scoperto di nuovo in questo periodo lontano dai tornei la risposta è niente, ma senza annoiarmi. Sono andato a Monza a vedere la F1 e a Milano alla sfilata di Gucci, ho giocato un po' di più alla Play e ho iniziato a leggere un libro di 600 pagine, Io uccido, di Giorgio Faletti. Fermo non ci sono mai stato, né ho voltato le spalle al tennis perché lui mi ha fatto del male. Anzi ho sempre lavorato molto sia in palestra che in campo e con i fisioterapisti".
C'è già abbastanza materiale per un'autobiografia? "Non ci penso proprio. So che Serena Williams, Sharapova, Agassi, McEnroe, Nadal, Borg l'hanno scritta. Ma io sono ancora giovane, preferisco i colpi alle parole, magari ne riparliamo tra 20 anni. Voglio avere una carriera lunga. Ora mi sono fermato e ho alzato la testa oltre le righe, ma voglio riabbassarla sulla palla. So che fuori c'è dell'altro, ma il mio è lì. In quel rettangolo che si chiama tennis".