JUVENTUS

Un anno fa la firma di Spalletti: il gioco che non c'è più, il rinnovo e una squadra senz'anima, tutte le tappe

Il 30 ottobre 2025 Luciano Spalletti sposava il progetto Juventus. Un anno dopo, il ritratto è quello di un gruppo svuotato e senza proiezioni future, con il fantasma Conte che aleggia

Luciano Spalletti era arrivato alla Juventus con un mandato: forgiare un progetto a lungo termine dopo i fallimenti di Thiago Motta e Igor Tudor. Doveva essere una rivincita, per il tecnico di Certaldo. Lui, abituato a plasmare le sue creature necessitando di tempo. In quella firma messa sul contratto esattamente un anno fa, il 30 ottobre 2025, era implicitamente contenuta una promessa. Insieme ci riscatteremo. Chi dall'avventura scottante sulla panchina della Nazionale, chi per trovare una stabilità dopo annate incolori.

365 giorni e cinquanta partite dopo, il quadro è contenuto in una cornice: quella di Marassi. Una Signora svuotata, senz'anima, sotterrata dai colpi del Genoa. È il punto più basso di un piano inclinato partito neanche così in alto, precipitato col passare delle settimane al ritmo di 1.84 metri al secondo in gergo fisico, punti a partita nel linguaggio calcistico.

In principio era Cremonese-Juventus. La partenza di Spalletti è in esterna e la vince, neanche a farci apposta, sugli esterni. Kostic e Cambiaso portano avanti di due lunghezze i bianconeri, che dopo un match in controllo rischiano dopo l'1-2 di Vardy ma resistono.

Da lì una serie di tre pareggi che vengono interrotti dalla prestigiosa vittoria a Bodo, campo notoriamente complicato in Champions League. Da qui Madama comincia a crescere, tra acuti e anche qualche basso. Ma il successo in inferiorità numerica a Bologna e il 2-1 prenatalizio allo Stadium contro la Roma risaltano una squadra che ha un'anima. Concetto che tornerà più avanti. 

Il primo match dell'anno solare è il preludio a tante Juventus targate Spalletti. Bremer e soci esprimono un buon calcio con il Lecce, ma in un modo o nell'altro non chiudono i discorsi e vengono raggiunti (in quella circostanza 1-1 con rigore cestinato da David). Se non abbattuti, a causa di questo scarso cinismo. Accade alla Unipol Domus di Cagliari. La Signora attacca, attacca, attacca. Ma una zampata fortuita di Mazzitelli è determinante nell'1-0 finale. 

Ciononostante, una settimana dopo lo sfortunato episodio, l'allenatore toscano tira fuori dal cilindro una grande prestazione contro il Napoli campione in carica di Conte. Sì, quel Conte che insidia la sua panchina viene annichilito con un secco 3-0. Ma anche quel picco non segna una svolta. L'altalena va su e giù. Ma anche quando tocca terra, espone la sua vitalità. San Siro racchiude la massima espressione della Juventus "spallettiana". Contro l'Inter finisce 3-2 per i nerazzurri. Un big match in cui i bianconeri non vengono scalfiti dall'ingiusta espulsione di Kalulu. Restano in partita e spaventano i futuri campioni d'Italia, che la spuntano solo nel finale. 

È un punto d'inizio, pensa qualcuno. Ma in otto giorni la Juve esce ai playoff di Champions, sbattuta fuori dal Galatasaray, e in mezzo cade in casa contro il Como. Allora è solo un'illusione? No, perché da inizio marzo a fine aprile Spalletti non conosce la parola sconfitta e tiene viva la corsa per l'Europa cominciando con una rimonta quasi completa contro la Roma (3-3 all'Olimpico) e, pari casalingo col Sassuolo a parte, sa solo vincere. 

E prima di espugnare lo stadio di Bergamo, Spalletti firma il rinnovo. Un investimento frutto del grande lavoro svolto. Forse troppo presto? Può darsi. Dal soporifero 0-0 contro il Milan, la Juve vince solo a Lecce. Lo 0-2 casalingo inflitto dalla Fiorentina è la pietra tombale sull'obiettivo quarto posto. Si va in Europa League.

Dopo un'estate senza fiammate (e soprattutto senza il 9 puro richiesto dal tecnico), il copione è sempre lo stesso. Formazione che produce, va anche a rete ma il pragmatismo non le appartiene. E a Reggio Emilia cominciano a vedersi i primi segni di cedimento. Il 3-2 finale è frutto dello sfilacciamento tra reparti. Da lì, nonostante alcune boccate d'ossigeno, il fantomatico piano si inclina vertiginosamente. E di quella Juventus che magari inciampava, ma senza snaturarsi mai, non si hanno più tracce. 

Le immagini chiave sono i due gol della sicurezza piazzati dalla Lazio, con Isaksen e Dele-Bashiru che fanno ciò che vogliono. E il fondo, se non era già stato raggiunto, viene toccato a Genova. Inerme, svuotata di quell'anima che non poteva mai mancare. Almeno fino a un certo punto.

Arrivati a questo punto, è automatico chiedersi se c'è ancora speranza e tempo per questa Juve. La lancetta dell'orologio si muove inesorabilmente, come l'anello spostato su e giù per il mignolo da Spalletti. I fantasmi, sotto Halloween, si aggirano per le case. Quello di Antonio Conte, invece, sta infestando la Continassa.