Se c'è una qualità che bisogna riconoscere a Max Allegri, per il quale gran parte del popolo bianconero invoca frequentemente la forca, è quella di avere sempre il polso preciso della sua Juve. Andavano quindi prese sul serio le sue dichiarazioni di queste settimane e l'affanno con cui, ripetutamente, ha cercato di abbassare il livello di tensione. Due, in particolare, le questioni su cui il tecnico toscano aveva insistito: la prima, è folle pensare che la Juve sia la favorita per vincere la Champions solo perché ha Ronaldo; la seconda, dobbiamo giocare leggeri.
Il punto, al netto di una partita ampiamente sbagliata e consegnata alla "garra" dei vecchi e nuovi interisti Simeone e Godin, è infatti proprio questo: la Juve ha innanzitutto pagato, al primo appuntamento da dentro e fuori, la pressione di dover vincere per forza. Vincere perché ha fatto un paio di finali negli ultimi anni e perché con l'investimento su Ronaldo, uno dei due giocatori migliori del mondo, non si può che immaginarsi quell'epilogo.
La Juve che esce con le ossa rotte dal Wanda Metropolitano non è solo una squadra che atleticamente sembra non adeguata ai ritmi altissimi - mai come quest'anno, tra l'altro - della Champions. È piuttosto una squadra appesantita più nella mente che nelle gambe. Paradossalmente, se si può capire l'esagerazione, addirittura indebolita, sotto questo profilo, proprio dall'acquisto di Ronaldo. Per capirci: prima partecipava ed eventualmente poteva giocarsela. Adesso se non vince tutto finisce alla voce fallimento. Il campionato è quel che è, scontato per lo più. La Coppa Italia è andata come è andata. La Champions ha una sola via e doveva portare nella Madrid biancorossa ieri per l'antipasto, a maggio per il dessert della finale.
Ora, chiariamo una cosa: la Juve può rimontare. Non solo perché appena un anno fa ci è andata vicinissima con il Real, poi nuovamente campione d'Europa e al Bernabeu. Ma perché tecnicamente è più forte dell'Atletico, giocherà il ritorno in casa e, di nuovo, nelle parole di Allegri, scontate quanto si vuole, c'è di nuovo il sentimento di una squadra che ha la sensazione di potercela fare. Nonostante tutto e nonostante un 2-0 pesante da rimontare specie contro l'Atletico di Simeone.
Dentro questo pensiero, però, va aperta una parentesi grande così: la Juve ce la può fare ma deve essere tutt'altra Juve. Tutt'altra Juve rispetto a quella che tutto sommato ha condotto questa prima parte di stagione. Che ha stradominato, ben inteso, ma mai giocando su un ritmo da Champions e spesso accontentandosi di prendersi tutto con il minimo sforzo. Questa tendenza al lassismo, peraltro molto lontana dalla "juventinità" degli ultimi anni, è l'avversario più pericoloso da battere. Insieme alla paura di buttare alle ortiche una stagione nata sotto il segno della Champions. Ronaldo che si aggrappa al passato mostrando la manita dei suoi trionfi di fronte ai tifosi dell'Atletico Madrid non è un bel segnale. Serve piuttosto uno sguardo che intercetti il futuro e lo ridisegni. Non c'è più spazio per gambe che tremino. C'è soltanto una voragine europea in cui non cadere. E la necessità di aggrapparsi a qualunque risorsa per non finire nell'abisso.