Il calcio del futuro è con i confini

Nulla è irreversibile, nemmeno la globalizzazione

Uno dei ritornelli più insopportabili del si dice contemporaneo recita più o meno così: “più viaggi, più apri la mente”. Di base il messaggio, seppur espresso in termini volgarmente illuministi, ha un suo indiscutibile fondamento. L’effetto tragicomico sta però nei portavoce di questa crociata emancipatrice. Spesso si tratta di ragazzi la cui esperienza si è formata ad Amsterdam, Londra, Siviglia, New York, Berlino; ad esagerare in mete esotiche come Marrakech, Bali e Bangkok. È una generazione Erasmus che sale in cattedra, con il vento in poppa della storia e i fondi a pioggia dell'(ex) sogno europeo, decisa ad educare il resto della società arcaica al nichilismo della globalizzazione.

Vedete, chi viaggia davvero, o anche solo chi è dotato di buon senso, capisce ben presto il sacro valore dei confini: questi racchiudono tradizioni, usanze, visioni del mondo; e ancora cibi, arti, paesaggi, mestieri. Un pianeta privo di frontiere è nel migliore dei casi un’utopia pasticciata come il mondo senza avvocati dei Simpson, fatto di arcobaleni e girotondi; nel peggiore invece un piano liscio e omologato che non prevede un reale dialogo tra popoli, bensì la rinuncia alle relative culture in favore di un modello unico e totalitario.