ALPINISMO

Ritorno agli Ottomila per Simone Moro: missione Manaslu con Alex Txikon

L'alpinista bergamasco partirà per il Nepal l'ultimo giorno dell'anno, a quasi un anno di distanza dalla drammatica spedizione ai Gasherbrum I e II con Tamara Lunger.

di Stefano Gatti

Simone Moro annuncia la meta della sua imminente spedizione invernale: gli 8163 metri della vetta del Manaslu, nella catena dell'Himalaya. Si tratta del ritorno sulle montagne più alte del pianeta di Simone a quasi un anno dalla disavventura vissuta a metà dello scorso mese di gennaio: la caduta in un crepaccio nel corso del progetto di concatenamento delle due cime più alte del massiccio dei Gasherbrum, in Pakistan.

Si tratta del terzo tentativo per Simone ed anche questa volta, come in occasione di quello del 2015 (insieme  a Tamara Lunger) e poi di nuovo nel 2018 (con il nepalese Pemba Gelje Sherpa), la spedizione invernale al Manaslu di gennaio e febbraio punta a rivisitare in chiave moderna due eccezionali ascensioni del passato. I precedenti tentativi messi in atto da Simone fallirono a causa della quantità di neve caduta nel giro di pochi giorni. Nel 2015 in particolare - dopo cinquantuno giorni di attesa di un miglioramento delle condizioni meteo - Moro scrisse:

"Una spedizione non è mai solo pura performance, una scalata fatta col cuore in gola. Spesso è un gioco di pazienza e di nervi e penso che Tamara e io abbiamo davvero fatto tutto per dare tempo al tempo e alla montagna di coprirsi di neve ed essere spazzata dal vento. Questa attesa però ora non ha cambiato nulla: abbiamo perso tantissimo materiale alpinistico e passato ore, giornate intere a spalare. Questa avventura è semplicemente rimandata."

Anche per questa terza spedizione al Manaslu Simone non sarà solo. Con lui Alex Txikon - alpinista spagnolo con il quale ha condiviso nel 2016 la vetta del Nanga Parbat - e Iñaki Alvarez, lui pure spagnolo ed amico dello stesso Txikon. Diciotto spedizioni invernali su diverse montagne ed in diverse regioni del pianeta, il 53enne alpinista di Bergamo vuole rilanciare l’attenzione intorno all’esplorazione invernale sugli ottomila della Terra, a quasi quarant' anni dalla fantastica stagione delle imprese messe a segno dai polacchi negli anni Ottanta. Solo lui ha fin qui raggiunto quattro cime di 8000 metri in completa stagione invernale: Shisha Pangma (m.8027) nel 2005, Makalu (m. 8463) nel 2009, Gasherbrum 2 (m. 8035) nel 2011 ed appunto Nanga Parbat (m. 8126) quattro anni e mezzo fa.

La partenza è fissata per l'ultimo giorno del 2020, giovedì 31 dicembre, il rientro è previsto per la fine di febbraio oppure l'inizio di marzo. Il progetto Manaslu - come già nel 2015 - riguarda il concatenamento della vetta principale e del Pinnacolo Est di 7992 metri. Questa doppia salita non è mai stata ripetuta, neppure in estate. Nello specifico, il Pinnacolo Est del Manaslu è il "settemila" più alto del pianeta. Solo una manciata di metri lo separano dalla fatidica quota "8000". Riservare all'East Pinnacle l'atto conclusivo del progetto di concatenamento rafforza un messaggio preciso: il futuro dell’alpinismo d’alta quota (anche di quello invernale) sarà inevitabilmente sulle montagne di settemila metri.

"Non ho mai amato lasciare progetti aperti e incompiuti. So perdere e accettare le sconfitte, ma non ho mai rinunciato alla motivazione su un progetto fino a quando esso non è stato chiuso e completato. Quindi tornerò al Manaslu in inverno per la terza volta: come ho fatto per il Nanga Parbat, prima di raggiungerne la vetta. Potrebbe essere un altro risultato storico, perché si tratterebbe della mia quinta scalata invernale e nessuno ha mai salito così tanti "ottomila" nella stagione fredda. La via di salita sarà però decisa al campo base in modo da valutare attentamente la montagna e le condizioni della neve".

La prima ascensione alla vetta principale della montagna (metri 8163) in inverno  lungo la via normale di salita risale al 12 gennaio 1984, ad opera dei polacchi Maciej Berbeka e Ryszard Gajewski. Il concatenamento Manaslu-East Pinnacle si deve invece a due altri grandissimi alpinisti polacchi: Jerzy Kukuczka e Artr Hajzer che lo portarono a termine il 10 novembre di due anni dopo.

L’invernale di un 8000 e il concatenamento delle due vette - sono già imprese di portata storica e rappresentano un modo entusiasmante di vivere l’azione alpinistica, con pieno senso esplorativo e d’avventura. La rivisitazione attuale di quelle due diverse, eccezionali salite, prova a rilanciarle assieme, ponendo però l’attenzione su due importanti aspetti. Il tentativo invernale nasce dall’idea di effettuare tale scalata rispettando i parametri rigorosi della stagione invernale, ossia di non arrivare al campo base prima del 21 dicembre. La salita del 1984 avvenne con partenza dalla Polonia a metà novembre. Il 2 dicembre fu piazzato il campo base ed il giorno 21 dicembre - data di inizio dell’inverno astronomico - era già stato installato il campo 3 a quota 7100 metri. Non si trattò quindi di una  spedizione "integralmente" invernale, anche se la vetta venne raggiunta rispettando il calendario astronomico. Dunque la prima completa spedizione (ed ascensione) invernale al Manaslu ancora manca... all'appello. In base a queste stesse premesse, la missione attende ancora di essere realizzata su tre altri "ottomila": Dhaulagiri (m. 8167), Kangchenjunga (m. 8586) e Lhotse (m. 8516). L'Everest stesso attende ancora la prima salita completamente invernale senza ossigeno mentre il K2 con i suoi 8616 metri resta l’unica cima senza alcun tipo di scalata invernale fino in vetta ed è dunque  ancora vergine in questa stagione.