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Il gioiello Lazio, miracolo di Sarri

di Matteo Dotto
© Getty Images

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Il quasi scudetto del Napoli, le tre italiane tra le Big Eight della Champions e le vicissitudini extracampo della Juventus stanno oscurando quella che forse è la maggior impresa sportiva della stagione: il secondo posto della Lazio (oggi tale anche in caso di restituzione dei 15 punti di penalizzazione alla Juve…). Se il 4 giugno sarà confermato si tratterebbe del miglior piazzamento dell’era Lotito. Da quando, nell’estate 2004, l’imprenditore romano è diventato presidente del club, la Lazio di Lotito era riuscita al massimo a centrare il terzo posto: nel 2007 con Delio Rossi in panchina e nel 2015 sotto la guida di Stefano Pioli. In passato nei campionati a girone unico soltanto in altre tre occasioni la Lazio (che in bacheca ha due scudetti targati 1974 e 2000) si era piazzata seconda: nel 1937 alle spalle del Bologna, nel 1995 dietro alla Juventus e nel 1999 a un solo punto dal Milan scudettato.

Veste casual, tiene spesso la barba incolta, si mette le dita nel naso, ogni tanto lancia insulti politicamente scorretti (come quando, in una partita di Coppa Italia tra Napoli e Inter di sette anni fa, apostrofò il collega Mancini con un omofobo “stai zitto frocio”), qualche volta bestemmia. Magari non sarà il massimo della simpatia, eppure sul campo Maurizio Sarri è davvero bravo. Per i “giochisti” il più bravo allenatore del calcio italiano con quei tre anni spumeggianti a Napoli. E’ alla sua seconda stagione alla guida della Lazio, proprio lui, il comunista Sarri sulla panchina di una squadra la cui tifoseria è tra le più a destra del panorama ultras.

Al primo anno di Lazio un anonimo quinto posto con solo qualche sprazzo di quel “sarrismo” che ha spesso fatto innamorare i tifosi delle sue squadre. Poi il salto di qualità in questa stagione: è bastato un oculato rinnovamento del settore difensivo per blindare la retroguardia biancoceleste e lanciare la Lazio sulla scia del Napoli. Nuovi i portieri (con Provedel che ha presto tolto il posto al portoghese Maximiano), nuova la coppia di centrali con gli arrivi dal Verona di Casale e dal Milan dello svincolato e rigenerato Romagnoli. Proprio l’ex rossonero (romano e laziale che finalmente a 27 anni ha coronato il sogno di vestire la maglia con l’Aquila) è il regista impeccabile della difesa meno battuta della Serie A: che ha incassato solo 20 reti e che in 18 occasioni su 30 ha tenuto chiusa la porta. Tra i meriti di Sarri, poi, soprattutto il recupero di un Luis Alberto che a inizio stagione sembrava un corpo estraneo al gioco sarriano e che invece – pur con la coda di qualche polemica – si è inserito al meglio in una mediana di qualità al fianco del solito Milinkovic Savic e del regista Cataldi, finalmente padrone del centrocampo biancoceleste dopo tante annate da precario. E infine il “miracolo” dell’attacco: il secondo del campionato dopo quello del Napoli pur con un Immobile a mezzo servizio (e il capitano dopo l’incidente di ieri mattina salterà almeno altre due-tre partite). Il gioco di Sarri ha esaltato un Zaccagni per la prima volta in doppia cifra e miglior marcatore italiano del campionato e ha regalato una seconda giovinezza a Felipe Anderson: il brasiliano, in passato più sregolatezza che genio, sta disputando a 30 anni la sua miglior stagione in carriera con Sarri che lo ha utilizzato in tutte le 90 partite della sua gestione laziale.

Fuori dalla Coppa Italia e dalle coppe europee, Sarri neanche quest’anno vincerà qualcosa. Il suo palmares è fermo all’Europa League conquistata con il Chelsea nel 2019 e allo scudetto juventino del 2020. Ma nel suo caso vincere non è mai stata l’unica cosa che conta…